LetteraL

Racconti per sopravvivere all’estate

Sottotitolo: Limpidi, notturni, coriacei, luminosi, asfissianti, rilassanti, sconquassati, freschi, integri, incoraggianti e ben vestiti.

 

QUELLA VOLTA IN CUI NEGOZIAI CON UNA BUSTA DI PLASTICA

Considerazione numero zero, l’assioma: negli ultimi anni la plastica ci ha regalato alcune delle più grandi e piacevoli forme di comodità e innovazioni che sarebbe oltraggioso non ringraziarla e augurarle un futuro migliore e di sereno riposo. La plastica ha provocato, provoca e continuerà a provocare danni di enorme entità se non verrà smaltita o — preferibilmente — riciclata nel modo migliore per l’ambiente. Lo stesso ambiente in cui tu, oh lettore, oh lettrice, voi, preferite bere dalla cannuccia dei cocktail segretamente annacquati e dall’imbarazzante sapore zuccheroso. Nota a margine: anche l’assunzione di zuccheri complessi, se elevata, comporta rischi importanti per la salute e, ancora, per l’ambiente. Lo stesso ambiente in cui tu, oh voi, lettori e lettrici, preferite bere del latte di soia zuccherato artificialmente, imbottigliato, guardate un po’, in una confezione di plastica. E la cosa potrebbe srotolarsi per molte pagine ancora.

Cosa ci fai o busta in ciel, dimmi, cosa ci fai? Chi le braccia ti inchiodò a quella grondaia? Sono stati i nostri antenati? O forse è stata l’accaldata signora in vestaglia ad averti appoggiata lì per non dimenticarti e per poi dimenticarti? Ora sei la silhouette di un bambino travestito da fantasma gender unfriendly, l’incarto di taffettà che avvolge i confetti, il grembiule scolastico ereditato, decolorato e ricolorato, dai dettami fascisti, una razza dallo strano colore incatenata in un mare d’aria — attualmente poca — e caldo — attualmente molto –, la sciarpa della Fracci in Tv dopo esser finita nel ciclo di lavaggio sbagliato, la liquefatta, poi sbriciolata, poi compattata, poi ritagliata camicia di un autista di autobus interurbani, una pubblicità di di Telefono Azzurro, i prodromi di una corrente calda dal Marocco, ovvero l’usurpatrice del mestiere del galletto di ferro sui comignoli, un film di Salvadores sul canale in chiaro alle tre e mezza di pomeriggio, il contrappunto cromatico assurdo del rame e del metallo che ti sorreggono, una forma in divenire nella congerie di ipotesi e immagini adattabili dai relativi intelletti individuali prima che una nota casa di produzione cinematografica incarichi un regista di fissare per gli spettatori l’estetica di una busta azzurra in un film il cui soggetto sia tu e la cui distribuzione venga affidata e benedetta dai mitici intellettuali di sinistra durante un cineforum estivo a Bologna, disertato per via della puntata rivelatrice di Temptation Island, una busta annodata ad una grondaia e svolazzante in questo pomeriggio in cui ti guardo.

Quanto saresti disposta a pagarmi se io ti liberassi? Se io decidessi di salire la salita che ci separa e ti venissi a sciogliere i nodi, tu con cosa mi ringrazieresti? Hai ancora tempo per pensarci, non sciupare la possibilità di tornare in uso, di assolvere ai tuoi compiti, anche quelli più tristemente noti per l’ambiente. Tra l’altro sei fatta anche di un materiale messo al bando dalla legge; ma tu, da buona insolente, te ne stai lì a dimenarti in pose plastiche (risata) e maliziose al primo filo di vento che ti sfiora le fibre. Ti lasceresti infilare una bella anguria ovale il cui sapore resta insondabile fino all’apertura perché — diciamolo una volta per tutte, battere la mano sopra la scorza è un gesto completamente inutile e insulso ma che conferisce immediata autorità in materia di acquisti, pur non sapendo quale rumore effettivamente faccia un’anguria matura, non essendo stati mai dichiarati dei parametri sonori per un buon acquisto — la sculacciata presa non funziona come quei sonar nei film? Oppure potrei riempirti di soldi, di ghiaccio, di erba appena tagliata, della mia testa per giocarti pericolosamente, metaforicamente di pensieri, di pause, di fotografie, di aria, delle mie braccia per poi fingere di essere un parà in missione sulle scale di casa.

Ma tu te ne stai lì, oh busta, imperscrutabile come la lotteria di giugno e muovi i miei pensieri che rantolano e quasi li vinci, ribaltando le prospettive polari che io, autore, ho deciso di allestire tra queste righe e a cui il lettore potrà non più credere, arrivato a questo punto della lettura. Mi rimane soltanto, per evitare il linciaggio o l’imbarazzo delle forche caudine, di (far) constatare che tutto ciò è partito dal fatto che sono qui seduto vicino al davanzale e ho notato che il colore della tazza che ho finito di sorseggiare è della tua stessa tinta. Ma potrebbe essere che abbia sbagliato.

N. di cartone

 

 

Rimetto la sigaretta nel pacchetto. Stritolo con le mani il cartone che resiste agli spigoli: anche la fattura più fragile sa rendersi coriacea. Nelle sere di bagordi con i soliti ho cercato nelle bionde la comodità di un discorso su quella là, che se la fa con quel tipaccio lì, ma chi?, e sbrìgati che qua fuori si gela e sono senza giacca. Estati tranquille a boccheggiare fumo per invadere un pezzo di cielo, per ritardare i saluti o adempiere a rituali mai troppo consueti. I mattini di bocche amareggiate che neanche l’acqua riesce a diluire celavano l’improponibile offerta di smetterla: “il fumo uccide”. 

Non ho mai capito come fumare da solo: mi spaventa l’idea di farlo per ingannare il tempo. Mi intristisce l’idea della sigaretta bruciata per riflettere; mi disgusta l’idea di passare più di mezza giornata con l’indice e il medio puzzolenti e con quel sapore acidognolo aggrappato in gola. E quanta fretta nel tentativo di farlo! Troppe occhiate rapide lanciate più in là di una normale preoccupazione, mentre il mondo respirava più sano. Mi dà l’idea di infilarmi dentro un armadio di specchi: riflessi(oni) divertenti solo per i primi quaranta secondi.

Ogni volta che camminavo mano nella mano con nonna mi fermavo a rimirare un pezzo di vetro verde incastonato in una colata di cemento a terra. Col solleone di giugno era quello lo smeraldo più bello attorno ai miei piccoli occhi. E a nulla valevano le sollecitazioni della mamma di papà, con cui poi ero solito inerpicarmi su di un sentiero erto che tagliava per la collina su cui saremmo tornati a mangiare la pizza bianco-tonda comprata nel forno dell’omaccione allegro.

L’altra nonna aveva una cantina talmente umida che quando respiravi, bevevi. Da lei le estati erano frondose, sonnolente per tutti tranne che per me che non ho mai dormito il pomeriggio ed ero costretto a tenere la TV al minimo e a inventare giochi silenziosi. Così leggevo tutto quello che mi capitasse a tiro di naso, consumando tragitti lunghi e arzigogolati tra quelle lettere stampate. Oppure mi avventuravo sul selciato ruvido portandomi nello zainetto quel silenzio casalingo per non disturbare nemmeno il primo pomeriggio. La sala dove dormiva di fianco il nonno era satura di russate e di cenere di Diana rosse, pacchetto morbido. Il posacenere raccoglieva una Termopili di macerie grigie e di mozziconi ancora caldi di brace: un filo di fumo, talvolta, sopravviveva alle dita che ne avevano tranciato il corpo. La voglia di diventare più grandi era l’unico ostacolo a quel tempo.

Domattina mi alzerò prima del solito. Con le guance arrotondate dagli sbuffi e gli occhi che cercano di saltar giù dalla finestra per correre dietro qualche refolo di vento e obliterare il biglietto per una giornata meno impegnativa. Io intanto, che se rido mi si spacca il viso, io che poco dopo guardo la pubblicità e poi lo faccio ogni giorno: un mattone che voleva diventar casa. Papà che parla attorno alla sigaretta in mezzo ai denti. Gli amori al mare col costume sotto, i tuffi con la testa al telefono; sì ti ascolto, dimmi dài, e la sigaretta che si rigira tra le dita sbullonate.Schermata 2018-06-28 alle 00.28.03

Si accendevano una, tre, otto quando la partita volgeva al peggio e la difesa concedeva buchi imperdonabili — ma che ti fischi!? — e con le mani sulla testa, vabbè andiamocene che qua tira brutta aria, detto tra una pacca sulla spalla e un calcio ai sassi delusi. Le gelosie tra amici, roba da voler urlare in chiesa, per poi fermarsi un poco sul solito muretto sbrecciato e cercare di non convincersi del peggio perché. Le mani strette sulle spalle e lo sguardo di lato per intendersi meglio sul presente, le teste come girasoli.

A far correre di notte i fari dell’auto sui cancelli e gli occhi su quelle porte in penombra sperando che la strada per il letto non fosse cambiata; una sedia di vestiti da liberare e poi da riempire, scocciati dalla giornata e con quella foto della prima comunione in cui sbirciare, sadicamente, quel sorriso faticoso estratto di fronte a certi regali.

Chissà se andrò di nuovo di fretta. Quel bambino al mare incastrato dal gesso che piangeva mentre i giorni d’estate lo sorpassavano a sinistra. Nelle tasche la salma di una caramella e un “non lo so”; un po’ di febbre nella felpa a novembre, quando si misero a sparare qui vicino. E dopo la buriana, oltre i tavolini del bar, i prati che si lisciavano come gattini, mentre un vento storto da lontano rovesciava le cravatte e rimbalzava la cicca lanciata da una schicchera.Schermata 2018-06-28 alle 00.15.42

Quando alla stazione c’era quell’ubriacone che mi chiese, in un italiano masticato e con la barba incollata, una sigaretta, mentre il suo cane, mogio e moccoloso, annusava le mie tasche con gli occhi della questua. Con le braccia strette al mio giaccone e i piedi a martello che battevano per far fluire più sangue nei capillari, piantai lo sguardo a terra quando un gruppo di ragazze si misero a ridacchiare, fresche come un mazzo d’insalata, ravvivandosi i capelli. Su quanti sedili mi sono seduto, su quanti è crollata la mia testa vinta, e da quanti mi sono alzato alla fermata sbagliata come quando allo stadio segnano un goal. Tornava mamma a casa con un nuovo cappotto e tutti intorno a dirle come le stava. 

Ho passato certe sere in garitta, a difendere il mio futuro mentre la scrivania invecchiava di un anno e il cellulare si illuminava ai messaggi sbagliati. Con quell’amico, prima di chiedermi come stessi, andavamo a prendere una birra a quel bar, poco prima che chiudesse e appena in tempo per non diventare più grandi. Quelle sere in cui la sicurezza rompeva le righe con troppa facilità e, dove l’ho nascosto il pacchetto?, chiudi la porta che mamma se ne accorge! Poco prima di entrare in quell’aula, con i maglioni di una taglia più grande e con il gubbino ricoperto dal freddo del mattino che si tagliava in due come una mela, temevo il quattro di quella stronza. Le radio dalle macchine coi “grandi successi” e noi seduti scomposti con le penne a sfera a rotolare.

Due ragazze scendono le scale in piano sequenza; una è intenta a darle forza con le parole, l’altra cerca di staccare le lacrime aggrappate agli occhi. Roma che quella sera era fresca, marezzata e sapeva di mandorle, quando tra i laureati si cercavano giudici di pace e i motorini si muovevano senza caschi. 

In questo embolo di silenzio che mi è concesso trovo salvacondotti al presente e supero la dogana della notte. Prendo l’accendino e faccio scoccare due scintille nel buio friabile.Schermata 2018-06-28 alle 00.15.51

 

 

 

 

Effetto Tyndall

L’acqua un poco turbata soffia su vapore denso, in volute corpose ma fragili. Con grande aleatorietà esso si infonde delle tante molecole che abitano la stanza in cui siedo, accanto alla finestra del salotto. Le marezzature violetto delle nuvole srotolate in cielo, quasi a sfiorare un bordo scosceso della montagna, mi illanguidiscono; c’è ancora qualcosa di irrisolto in questo tramonto. Il sole lotta ancora nei suoi ultimi scampoli raggianti dietro la trama di una quercia da potare e non sembra cedere il passo alle tenebre. Colto da una  flebile voglia di ragionare calmamente, i miei pensieri si dispongono nell’atmosfera e, coinvolti dalle ultime luci, assumono una magnifica fisionomia.

C’è ancora tanta ingiustizia nel mondo, tante storie che ora possiamo o dobbiamo finalmente o purtroppo conoscere. Ci sono i miei amici, le persone amate, le persone, la famiglia, il mio riflesso. Siamo tanti e siamo tutti qui ora con qualche quattrino tra le mani, qualche scarpa allacciata male, in coda sulla strada, nel supermarket. Se la persona più ricca sulla faccia della terra riuscisse a ritenersi soddisfatta a fine giornata, se lo studente riuscisse a chiudere o aprire i libri con soddisfazione, se un amante riuscisse ancora ad amare furtivamente ma con segreta soddisfazione, se l’affamato riuscisse a coricarsi soddisfatto e sazio della giornata passata, se il malato da guarirsi riuscisse a dirsi soddisfatto delle possibilità che gli restano, se il malato senza guarigione riuscisse a dirsi soddisfatto di ciò che lascerà dietro di sé, se il neonato riuscisse a sentirsi soddisfatto dopo l’ultima poppata, se un nonno senza più la compagna di una vita riuscisse a chiudere a chiave la porta di casa con soddisfazione, se un cane anziano riuscisse ancora a sentirsi soddisfatto dei suoi padroni per l’ultima carezza della giornata prima di accucciarsi a terra, se tutti un giorno ci riuscissimo a trovare, festosamente, nella piazza del paese per dirci quanto siamo soddisfatti, saremmo e sarebbero tutti pronti a lasciare questo mondo con buon animo.

Quanti stati d’animo ci portiamo dietro, ripetendoli scioccamente dentro i nostri mantra quotidiani. Forse nessuno si sentirebbe in forze di garantire per tutti che se un giorno ci dichiarassimo soddisfatti all’unisono, cambierebbero molti equilibri e molte rogne troverebbero facile soluzione. Se qualcuno mi chiedesse quanto costerebbe decidersi un giorno a smarcarsi dalle zavorre delle insoddisfazioni, a stringere con più forza il prossimo abbraccio, a sotterrare i cannoni di orgoglio che quasi mai sparano a salve (e se lo fanno, il fragore e l’eco non arrecano meno turbamenti) -se qualcuno mi chiedesse quindi tutto ciò, io non esiterei a stare in silenzio. Perché siamo umani e l’abitudine ci centra e ci stabilizza; solo nel momento in cui saremo disposti ad allargarne le basi, potremmo capire e agire di più. Ma saranno segni silenziosi a cui bisogna prestare un orecchio attento.

 

Quest’aria satolla non sembra accorgersi, intanto, della pazienza dei miei pensieri. E allora bevo un altro sorso.

Schermata 2018-01-04 alle 17.01.40

I VOLTI SONO PER GLI AMICI

WHY NOT?

Riepilogo breve del perché quest’anno non abbiamo fatto la classifica di fine anno, non contando il troppo sbatti che ci si mette nel farla.

prima.jpg Embè.

Senti bene il terriccio sotto i polpastrelli, senti i tendini in tensione. Hai l’orecchio teso mentre il vento ti sfiora i capelli. Cerchi di tenere sotto controllo il battito cardiaco, cerchi di respirare a pieni polmoni e cerchi di isolarti dalle grida del pubblico. I piedi rispondo al suono della partenza senza che tu te ne sia accorto.

Piede destro, piede sinistro, uno avanti ad un altro. Falcata dopo falcata, lo sai che questi sono i cento metri della tua vita, lo sai che questa potrebbe essere la corsa della tua vita, lo sai ma tieni il pensiero in disparte perché devi rimanere calmo e concentrato. Inizi a sentire la fatica ma non gli puoi permettere di farti rallentare anche la fatica è dalla tua…

View original post 966 altre parole

Il lago che ci contiene

23331276_10214421580035999_6504223302077525349_o

Dedicato a Giada

Amica mia, torna. C’era una notte verde a ricordarti l’altra sera; il lago è diventato un pantano gelido, ma io non stringo tra le mani nessun perché. Cos’hai tu di me? Le aspettative della giovinezza insieme? I capelli? I lunghi grembiuli blu che si attorcigliavano alle gambe in corsa? Non capto nessun segnale utile a sapere dove tu sia ora. Da qualche parte del mondo sono le 17.32 e so che anche tu le stai vivendo. Per te un’altra vita in un’altra lingua, ad altre temperature. E non c’è niente di più languido per lo spirito che sollazzarsi tra quegli scaffali del “cosa sarebbe successo se”. Spesso ci vado dopo gli orari di chiusura.

So che hai cominciato a fumare; anche io forse l’avrei fatto. Insieme a te, la prima volta. Tu sei per me la prima: il mio primo colore, la mia prima gelosia, i miei primi rossori e nascondigli.  Ma siamo magri di occasioni, macilenti di possibilità e malnutriti di ricordi. Sei uno stato d’animo, un modo di essere per me; qualcosa di tanto confidenziale da aver paura di ammetterlo a se stessi!

Magra, così magra sei sempre stata. Cos’è successo qui? C’è ancora qualcuno che si ricorda qui di te, della tua treccia? Con te è bastato solo un grammo di sale per conoscerti. I riflessi diafani, i riflessi diafani, e scusami se non sono stato un buon amico. C’è ancora tanto altro da calcolare tra noi: gli spazi, i tempi, le reazioni. Che rottura, che gran rottura, perderci tempo.

Sono certo che in qualche avvallamento del mio cuore sia rimasto un elastico che ti appartiene. Sono solo un uomo che cerca di essere amato tra i cementi e gli slanci delle onde. Prenditi cura della tua pelle, stai dietro ad ogni sua grinza. Foliage. 

Tra i tanti volti bianchi, non so se il mio giace in ombra o sono i miei occhi a far luce sul resto; la moltitudine degli altri. Grosse attitudini: non dimentichiamoci degli abbracci, dei palmi delle mani. Delle radici del cuore.

Poi partisti con tua madre,

che non amava più tuo padre.

Non ci fu tempo per salutare,

tu non mi desti tempo per capire,

che di noi sarebbero rimasti i pomeriggi,

le piccole gelosie.

Ai miei ricordi, quel neo pizzicato dai motteggi

che mi ricorda ancora oggi

quei cerchi che solcavo alla ricerca di

qualcosa da stringere.

🌔

Sorgente: 🌔

una nuova

Terraforma

c5q9xznwqaamphe-jpg-largeGiovedì scorso sono uscito nel primo pomeriggio per andare a camminare. Quando sono rientrato a casa ho rincontrato un tramonto di quindici anni fa.

Ieri, dopo pranzo, mi sono accomodato sulla veranda per godermi un po’ di sole. Mi sono accorto che non bastavano due occhi per tenere tutto il panorama unito e ho chiamato mio fratello.

Domenica sera, al quarto bicchiere di vino, in una vecchia osteria e con i miei soliti amici, ho incrociato per caso un signore degli anni Settanta che fumava dentro.

Nemmeno quattro giorni fa ho baciato una ragazza. Oggi, mentre chiacchieravo alla fermata del tram, mi sono reso conto che qualcosa di suo mi era rimasto sotto la lingua.

L’altro ieri ho passato una giornata terribile e a fine serata ero triste e sfiduciato. Così ho messo un paio di parole a stendere sulle righe di un quaderno e ho aspettato che si asciugassero per la mattinata seguente.

Oggi ti ho sentito parlare e hai fatto germogliare un giardino fragrante tra le mie orecchie.

Lo scorso mese, mentre tornavo a piedi a casa, i fari di un’auto hanno scrutato in lontananza la stessa strada che stavo cercando.

Un momento mi è appena passato accanto.

Processed with VSCO with b4 preset

Persone nodose

manning_polaroid_21

Nel grande vivaio umano che ogni mattina inizia a tremolare sbadigliando, nello stesso che al pomeriggio si stiracchia la schiena dietro una scrivania, esistono quelle persone nodose che difficilmente si possono notare con le solite lenti di osservazione. Sono richiesti un po’ di sforzi per poter individuare queste persone, i cui contorni, nonostante tutto, restano gassosi e evanescenti. Scoperchiando di poco la cupola che protegge il nostro vivaio, è necessario muoversi con molta cautela e non essere bruschi per nessuna ragione; bisogna avvicinarsi alle persone nodose con una certa cautela. E lentezza. Bisogna procedere a piccoli passi perché si sentono colombi in trappola non appena si accorgono che le distanze si accorciano. E’ tutta una questione di prossemica.

Non è una creazione sociologica recente, quella delle persone nodose. Sono esistite da sempre, ma per molti è sembrato sconveniente darne una definizione univoca.

Le persone nodose vivono e stanno nel mondo in maniera del tutto analoga a quei tipi di persone che generalmente si definiscono nella norma: rispettano i principali codici di comportamento, assolvono ai loro doveri e mettono a frutto i loro diritti per confermare la loro presenza sociale. Sono quelle persone che le vedi aspettare il semaforo verde prima di attraversare le strisce pedonali, che fanno la fila alle poste per pagare un bollettino, che cercano di salire sugli autobus stringendosi un po’, che magari aspettano il prossimo, che se proprio va male si avviano a piedi, così intanto impegnano un po’ di tempo. Spesso parlano poco o, talvolta, in seconda battuta, solo dopo che gli è stata rivolta una domanda o un semplice saluto convenevole. Talvolta assorti, spesso nei luoghi più affollati, non disprezzano stare da soli per una certa parte della giornata.

Crescono un po’ come tutte le altre persone, ma diversamente da ciò che viene percepito come “il resto”, queste persone nodose presentano una particolare conformazione psicologica. Come i nodi che ispessiscono i rami di un ulivo, rallentandone di poco la crescita lineare, le persone nodose avvertono un senso di stretta che per certi versi li tengono ancorati al tronco di sicurezze che nel tempo si è ispessito per sorreggere tutta la struttura. Tuttavia alle persone nodose appare che questi nodi interiori siano montagne invalicabili e insormontabili; non sanno che il più delle volte si tratta di semplice pietrisco su cui sono scivolati.

Ma cosa sono i “nodi” che caratterizzano queste persone? Una definizione che voglia accontentare sufficientemente farebbe leva sul fatto che tali nodi corrispondano per lo più a esperienze negative o giudicate ingestibili e pertanto rifuggite. Ma non solo rifuggite: queste esperienze vengono sottoposte a un trattamento di tacito rimuginamento per cui la mente delle persone nodose spende una percentuale, seppur davvero minima, della propria energia nel riproporre l’immagine di tali esperienze, spesso apportandone sensazioni aggiuntive che si sommano a quelle già provate. Talvolta questo procedimento non è nemmeno percepito dalle stesse persone nodose; tuttavia alla fine della giornata è il totale a contare.

Perciò le persone nodose iniziano a torcersi intorno a questi episodi mal digeriti fino a strozzarsi pian piano in un nodo che trae linfa dai continui procedimenti di “rintuzzamento” che la mente opera su di essi. L’esperienza negativa in sé già comporta una prima deviazione del normale processo di rapporto con la realtà (delle cose, sociale); a questa si aggiunge una tendenza solipsistica di autocommiserazione non dichiarata (e per alcuni non dichiarabile, quasi venisse percepita come un’onta), che ne rivolge all’indietro i “rami” del pensiero, facendoli tornare sulla parte incidentata del percorso. Lo strozzamento, quello che è poi il vero e proprio nodo, si ottiene con la dichiarazione di resa dello stesso soggetto di fronte alla fatica di far colare tali esperienze nel serbatoio più grande che le contiene e destinato alle future evenienze. Le persone nodose, per la loro refrattarietà ad esternare i propri sentimenti, spesso non ne sanno nemmeno nulla di questa resa incondizionata di fronte al nodo; un trattato di resa firmato sotto banco, senza una comunicazione ufficiale.

Così le persone nodose innestano una flebile ripartenza, dato che il nodo assorbe in sé gran parte della linfa necessaria alla normale crescita dei rami dell’esperienza, su queste escrescenze interne e cercano, alla bell’e meglio, di portare avanti la loro vita di tutti i giorni. Se questi rami possano generare disagi o problemi alla pianta-sistema, si può rispondere tranquillamente di no: non si trattano di particolari condizioni che mettono a rischio l’individuo, piuttosto si trattano di elementi che si limitano a lambire la normale vita sociale di queste persone.

Perciò le persone nodose le vedi attraversare la strada a testa bassa, quasi incapaci di godersi un tramonto che si lasciano a sinistra, presi dalla fretta o dalla preoccupazione. Le vedi fare la fila alle poste silenziose e poco inclini a scambiare qualche parola con qualche sconosciuto alle prese con lo stesso bollettino da pagare. Le vedi salire sull’autobus quasi per ultime, perché non ci pensano minimamente a sgomitare per salire per prime; la competizione nemmeno a parlarne. Sono quelle persone che vestono bene e vorrebbero non dare troppo nell’occhio.

Sono quelle persone che non vogliono più stare male, ma che allo stesso tempo si trascinano inerti in avanti nella vita, protesi verso l’orizzonte minimo del fine giornata. I grandi progetti sono solo fonti di ulteriori preoccupazioni e perciò le persone nodose abbassano le loro aspettative in maniera tale da scansare il pericolo di una ulteriore delusione. Ricalibrano tutta la loro vita su una certa neutralità: le persone nodose sono un po’ la Svizzera dei tipi umani. Un po’ ammaccate, alle persone nodose si deve prestare una particolare cura. Sono inafferrabili e spesso eludono i loro disagi ricorrendo a particolari forme di interazione: dall’ironia più esagerata, al silenzioso assenso verso tutto e nonostante tutto.

Per le persone nodose però esiste una cura, forse l’unica ad essere efficace: la presenza. Bisogna esserci per le persone nodose. Così facendo queste persone iniziano a coltivare un senso di fiducia, finora sotterrato, che alla lunga può aiutarle a ritrovare la fibra. Ci si deve muovere però a piccoli e meditati gesti: da un semplice sguardo a un tocco leggero e non invasivo. Niente inviti ufficiali se non ci avete prima parlato in maniera confidenziale. Da evitare i locali molto affollati, i concerti o le piazze; una volta ottenuto il consenso all’invito scegliete un tavolino ai lati del locale, possibilmente appartati, ma non nascosti.  La prossemica delle persone nodose è molto particolare e le distanze da rispettare sono calcolate al millimetro. Perciò per chi volesse cimentarsi in quest’opera di incontro con le persone nodose è bene tenere a mente queste norme di comportamento per ottenere risultati soddisfacenti. Se poi, dopo aver letto questa rassegna, vi reputate persone nodose anche voi e vi siete convinte, nell’ultima parte, a interagire con altre persone nodose, siete già a metà dell’opera.

Le persone nodose sono una ricchezza da preservare perché stimolano al ragionamento dei comportamenti. Nell’epoca attuale, fatta di brulichii anestetizzati (nel senso di senza percezione estetica), l’esistenza delle persone nodose, se da un lato complicano il ricco schedario di profili umani, dall’altro lato ci dimostra che, ancora e forse più del passato, c’è bisogno oggi di avere cura nei rapporti. Che non bisogna mai calcolare la reazione perché imprevedibile (e fortunatamente si direbbe, visto l’alto grado di previsione a cui vogliono costringerci), quanto e piuttosto di calibrare le azioni nel rispetto dell’altro. E’ il terzo principio della dinamica che agisce anche nel nostro vivaio, ma con la speciale riserva che l’essere umano è imprevedibilmente complesso nel suo reagire.

Tutto ciò che è bello sta nella tempesta.

🌊

14628157_1182143961832712_446162532_n

Un cazzotto dritto in gola, una stilettata tra le scapole, una morsa tra lo sterno e nella testa una selva di grilli che friniscono parole spaventose a frequenze altissime. Le mani viscide e anguillose, i polmoni strizzati nel poco spazio che gli resta, le gambe che potrebbero spezzarsi come canne lacustri ad ogni singolo e instabile passo. Vorresti scappare restando fermo e in attesa che passi. Energie che si canalizzano ovunque, ma di segno negativo: ci vorrebbe una messa a terra.


Soffri di attacchi di panico.

Nell’isola di Santorini ogni tramonto rischia di essere il più bello della tua vita. Quando però l’attacco di panico si presenta nel momento di una passeggiata al crepuscolo, l’Isola di Santorini[1] può diventare un pozzo profondo da cui sembra impossibile uscire . Qualsiasi luogo, durante il panico, diventa un pozzo e se cerchi di arrampicarti sulle pareti muschiose rischi di strapparti via le…

View original post 815 altre parole