Va tutto bene, per Fortuna.

di LetteraL

Era una domenica di fine agosto, con il caldo che faceva ancora sudare fastidiosamente e il verso delle cicale che copriva il silenzio delle sei di sera. La famiglia Cortese si componeva di Aldo, il capofamiglia, Emma Livoli , moglie con la parannanza anche al battesimo dei suoi figli,  Giacomo, per tutti Mino, un ragazzo di un metro e ottanta , pieno di generosità e Mia, la diciassettenne che tutti chiamavano affettuosamente Mimì e che aveva due guance rosate e dei boccoli morbidi come il cuscino di  piuma d’oca su cui poggiava la testa ogni sera.

Era appunto una domenica di fine estate: Mimì avrebbe iniziato il 4° anno alle superiori, Mino invece il secondo anno di Ingegneria . La famiglia Cortese decise dunque di festeggiare e di propiziare un buon anno di studi ai due figli, preparando una cena da consumare fuori, nel giardino che precedeva la casa ; abitavano in una casa modesta, ma curata a dovere, col suo piccolo giardino d’ingresso, in cui c’era il grosso e rugoso tavolo di pietra . Non era una famiglia benestante e per gli studi dei figli , la signora Emma era costretta ad arrotondare offrendo aiuto a qualche vecchina del paese o vendendo qualche piccolo lavoretto fatto a mano , la sera , davanti alla tv su cui , da quando era stata collocata nel salottino, c’era il solito centrino e il solito modellino della gondola veneziana.

Ma quella sera non c’era da pensare ai soldi, ai sacrifici o alla lontananza del figlio Mino ; si sarebbero seduti tutti a tavola, con i loro vestiti dai colori brillanti e leggeri come la brezza che ogni tanto allietava i respiri accaldati dei quattro . Mimì aiutava la madre in cucina, mentre Mino e suo padre si adoperavano per accomodare senza grosse pretese la grande tavola in giardino.

La cena si svolse nella calma e cullante serenità della sera d’agosto , in Italia, in un piccolo paese in collina, davanti una piccola casa in tegole rosse, finché ad un tratto i fari di una piccola macchina illuminarono il breve vialetto brecciato della casa . Erano i fratelli del signor Cortese che erano venuti a salutarli tutti , prima dell’inizio del nuovo anno scolastico e universitario. Nemmeno qualche minuto dopo e da lontano Mino si accorse che stava sopraggiungendo qualcuno a passi lenti, mentre la breccia sotto i suoi piedi ronzava ritmicamente: era la vicina di casa , Anna , una matrona di circa sessant’anni e due lutti sulle spalle  e sulla gonna, sempre quella pesante e nera. Portava in mano un dolcetto fatto da lei per i due giovani e si aiutava col bastone a camminare.

Uno squillo dentro casa richiamò l’attenzione di Mimì che si accingeva a prendere le sedie per i nuovi arrivati ; era il telefono che si dimenava in uno squillo sempre più forte. Alzò la cornetta e dall’altro capo del filo udì la voce profonda del nonno, il padre della signora Cortese ; augurò a lei e a suo fratello un buon inizio di anno , che portasse tanta fortuna per il loro avvenire . Velocemente chiese di passargli sua figlia Emma per poterla salutare .

Emma intanto si affaccendava ad organizzare qualche spuntino e dolcetti vari da offrire agli ospiti ; troppo impegnata per parlare col padre, l’avrebbe richiamato il mattino seguente.

Ormai  era quasi buio, le colline intorno avevano preso lo stesso colore della gonna di Annuccia, la vicina di casa , e solo il tiepido colore del tramonto riusciva ad illuminare ancora qualche volto.

Il salotto di casa era gremito di persone, perché erano arrivati anche altri vicini , incuriositi dalle voci , dalle luci e dagli odori invitanti della cucina Cortese ; le sedie erano finite tutte ed Emma era rimasta in piedi, anche per facilitare i viaggi da fare in cucina, con il caffè che borbottava sul gas del forno bianco.

In tutta questa baraonda di risate, parlate sommesse, colpi di tosse, bicchieri e tazzine che tintinnavano , il gorgoglio del vino color rubino che si infrangeva nei bicchieri del servizio buono, Mimì e Mino decisero di allontanarsi dalla sale, di uscire dalla casa silenziosamente e di inoltrarsi in una camminata , verso la montagna.

C’era poca luce e faceva ancora caldo, i  loro vestiti si agitavano al leggero venticello che soffiava contro i loro volti preoccupati, ansiosi e carichi di speranze e dubbi.

Eppure Mimì avrebbe affrontato il 4° anno di Magistrale e Mino il secondo anno di Ingegneria ; non era una nuova esperienza la loro . Ma tutte quelle frasi sulla fortuna , la fortuna di avere un futuro radioso , o la fortuna di avere un anno proficuo al livello di studi li turbava : ci vuole solo fortuna nella vita?

Non si parlavano tra loro, erano fin troppo assorti ; erano passati da una domenica tranquilla e rilassata, ad una domenica caotica e chiassosa . Dovevano abituarsi a questi cambiamenti , come facevano , e sapevano fare, i loro genitori .

La fortuna, quella tanto invocata, volle che i due giovani trovassero le loro risposte in quella silenziosa passeggiata, interrotta talvolta dal rumoroso passaggio di qualche piccola macchina .

Andarono a dormire che era molto tardi, mentre i genitori si occupavano di riordinare il salotto in disordine ; erano tornati al silenzio della domenica. Un silenzio che accompagnò il loro sonno e che li cullò per l’avvenire , quello fortunato e pieno di speranza.

Sembra che non possa vivere senza te

Sembra che non possa vivere senza te