LetteraL

Mese: aprile, 2013

Secondo racconto ordinario

II

Il Sig. Edoardo era così infastidito quella mattina, una giornata iniziata male e finita peggio.

Ore 7.00

Il Sig. Edoardo si sveglia e si sposta sul lato sinistro del letto, per trovare le ciabatte ordinatamente disposte la sera prima sul tappetino color giallo .

Strano, la ciabatta sinistra non è allineata . Odia il disordine, odia quella ciabatta messa così.

Ore 7.30

Dopo essersi lavato il Sig. Edoardo si siede a tavola per fare colazione, la solita: fetta biscottata con della confettura alle fragole, un bicchiere di latte tiepido e un quadratino di cioccolato fondente.

Sorpresa! La confettura alle fragole non c’è più nella dispensa e nel vecchio barattolo non ne era rimasto che un cucchiaino.

Strano, pensò, il pomeriggio scorso era passato nel discount sotto casa per comprare la marmellata, ma ora non c’è più. Odia dover cercare le cose, odia la marmellata da oggi, ama la cioccolata.

Ore 8.30

Il Sig. Edoardo è fermo al semaforo con la sua macchina.

Il solito semaforo , trafficato e pieno di rumori. E’ ancora rosso e il Sig. Edoardo , già seccato dagli avvenimenti recenti, ne approfitta per accendere la radio sul suo canale preferito, quello che trasmette musica jazz.

Strano, solo le 8.32 e in radio c’è ancora il giornale-radio , di solito a quest’ora era iniziata la programmazione musicale che lo avrebbe accompagnato nei 100 metri che mancavano al suo ufficio. Odia i ritardi, odia la musica jazz e la sua macchina da quando , alla ripartenza del semaforo, si è spenta provocando un boato di clacson.

Volete sapere come è finita la giornata del Sig Edoardo?

Non è finita ancora; lui è ancora lì che inizia ad odiare cose che fino al giorno prima amava, mentre inizia ad amarne altre. Il Sig Edoardo pian piano si sta adattando a tutti quei disordini, a quelle irregolarità che incontra ogni mattina. L’ho visto l’altro giorno , nel discount sotto casa sua, mentre comprava della confettura all’albicocca.

Primo racconto ordinario

 

Enough is Enough

 

I

Il Sig Log viveva in una cittĂ  tranquilla : lo conoscevano tutti , lo salutavano e lo incrociavano volentieri. Un giorno , erano gli inizi di ottobre, mentre l’autunno indorava le foglie, il Sig Log, dopo la solita partita a scacchi col Sig. Lim , si era recato al bar nell’angolo , un posto che non frequentava molto: poco ordinato, troppo informale e irregolare. Venne accolto da sguardi poco familiari e le persone sedute ai tavoli si girarono in silenzio osservandolo: il Sig Log non vedeva altro che contorni sfocati, bordi sbiaditi e spigoli smussati. “Come faranno a vivere in un simile posto?” pensava tra se’ e se’, poi prese un’acqua tonica e uscì velocemente, non sentendosi a suo agio. Era appena salito sul solito autobus, l’ “e-3”, quando il controllore chiese il biglietto; il Sig Log lo guardò e, come era successo nel bar poco prima, vide una grande macchia tonda ma dai bordi sfocati e poco nitidi e rimase attonito : – Cos’ha da guardare? Mi dia il biglietto forza!- Glielo porse , molto lentamente, studiando la figura così strana, così diversa dalla sua sempre in ordine, chiara e precisa. Perplesso scese dall’auto e si diresse verso casa, con passi lenti, ma studiati in modo da poter raggiungere l’ingresso in meno di 120 secondi. Era pignolo , metodista e superstizioso. Non aveva una donna che lo aspettava a casa e spesso si ritrovava a parlare col suo fedele pesce rosso, nella sua ampolla tonda. Che noia! Il mattino dopo il medico disse al Sig Log: – Sig Log, purtroppo lei è miope, con qualche linea di astigmatismo , per questo credo che debba indossare degli occhiali per correggere la vista.-

Il Sig Log, da allora portò gli occhiali, fino alla sua morte.

Ma le cose sfuocate e poco nitide continuavano ad esistere, lo avevano cambiato per sempre: avevano intaccato la sua perfezione, inevitabilmente.

Il caffè delle due e mezza

hope

La notte era passata ormai ed io mi alzai che era alto il sole in cielo. Sul letto c’era ancora quel mio sogno fatto nella canicola di agosto ; era ancora lì e palpitava perchĂ© lo rivivessi ancora. Era troppo tardi per tornare a dormire ; indossavo ancora le mutande perchĂ© amavo sentire sulla mia pelle le lenzuola. Scesi le scale fredde e iniziai a preparare il caffè con gesti solenni, quasi volessi sorseggiare un elisir.  Inizi a capire che riesci a vivere anche lontano da casa quando riesci a prepararti un buon caffè.

Feci scivolare col cucchiaino il macinato prelevato dalla buatta di latta nel filtro , facendone cadere un po’ di lato, come a volerci mettere una firma. Avvitai bene la moka e la misi sul gas azzurrino.Il caldo riuscivo a sopportarlo tenendo le imposte chiuse e vestendo di bianco, come le pareti che mi circondavano. Avevo una brutta storia da dimenticare, ero lontano dalla mia famiglia e non amavo uscire molto ai tempi , perciò non avevo una ragazza; potevo sempre sognarla , mi dicevo. L’unico fossile di quello che era stato : un foulard a pois caduto a terra sul pavimento ruvido.

Il caffè borbottava tenero nella moka ; Eduardo avrebbe messo il cuppitijello  , io invece adoravo alzare il coperchio e aspirare avidamente. Spensi la fiamma, mescolai il caffè nella moka per amalgamarlo bene con la posa. Risalii nella mia stanza e vidi che ormai il sogno era svanito , era scappato dal letto ed io mi ero dimenticato cosa avesse voluto dirmi.

Vivevo di rimpianti, vivo di rimpianti.

Il caffè lo assaporavo lentamente , muovendo la lingua piano per imbeverla nel piccolo sorso ; piccolo perché il caffè deve essere preso bollente.

Piano socchiusi gli occhi per sfocare la luce che filtrava dalle imposte e immergermi in un mondo meno duro e faticoso. Come all’uscita di una galleria , la luce e la brezza mi invasero in pieno petto; posato il bicchierino di vetro, con gli occhi chiusi, avevo aperto la finestra indaco. Respiravo .