Delikatessen

di LetteraL

QUANDO MI AVVICINO,
E' TROVARE QUEL RIO 
DI SPERANZA SEPOLTO.
I MIEI OCCHI SONO
CAVERNE IN CERCA DI 
BAGLIORI. DI SINGULTI
DUBBIOSI BISOGNA CHE 
MI ACCONTENTI. MA SE
SOLO TU ACCENDESSI
UN LUME PER ME, IO,
DIVENTEREI TUA
LUCCIOLA SEMPITERNA.





In Russia si dice che quando si sente un cuculo (Кукушка, pron. Kukushka) cantare, si può interrogarlo facendogli domande sul tempo. La risposta, ovviamente, si misura nella durata del  verso che emetterà dopo la nostra domanda; più si protrae, più tempo durerà ciò che abbiamo appena chiesto al cuculo, o viceversa.

Tutti chiederebbero, (forse) ovviamente, quanto durerà la propria vita, o la propria felicità, il proprio amore.. Io da buon bizzarro quale sono, gli chiederei quanto tempo ho per pensare alla domanda da porgli.

Cuculus canorus

La risposta (ovviamente), soggiace nel presente.


 In Cina e in Giappone l’ideogramma per la parola ‘tempo’ (shih, ji o toki) vuol dire anche ‘momento adeguato, opportuno’. I grandi eventi della vita di un uomo hanno. perciò, il loro tempo, nessuno escluso e non resta altro che contemplare la fitta e precisa algebra della realtà. Sarà pure un luogo comune, ma ora capisco già perché i cinesi e i giapponesi sono dei campioni in matematica.
E se noi continuiamo a cantare che ”la matematica non sarà mai il” [nostro] ”mestiere”, cosa vogliamo farne della nostra fantomatica cultura egemone occidentale?


Nell’area germanofona esiste un termine per indicare un momento della vita sociale che si osserva, solitamente, poco dopo un evento luttuoso. La parola è Trauerfeier e si compone di due parti: Trauer indica lutto, dolore, mentre Feier indica letteralmente festa, celebrazione. Dunque etimologicamente si tratta di una celebrazione del lutto, festeggiare un lutto. Perché piangere quando puoi celebrare la persona scomparsa? Sarà il clima uggioso e sferzante di freddo, ma il giorno di Trauerfeirer sembra essere l’unico barlume di luce lì in alto. Mentre tutt’attorno regna la Schwarzwald dell’uomo infelice. Nella vita abbiamo bisogno i entrambi i momenti.

Water Mill House

s c h w a r z w a l d


I WAS ENRAPTURED BY YOU, TWISTED IN THE WEB OF MY DEVOTION FOR YOU.YOU WERE SO ELUSIVE THAT YOUR ABSENCE, APPARENTLY, MESMERIZED ME. PALE, RESTLESS, ECHOING JUST A HALF OF WHAT I USED TO BE: I WAS TIRED AND SHARPLESS. YOU WERE RICH AND ABUNDANT OF THOUGHTS LIKE HARVEST TIME IN GOLDEN SEPTEMBER’S DAY. VIVIDLY, I RECOGNIZED I WAS IN THE WINTER OF MY LIFE. I FELT INTANGIBLE. FOR YOU TO BE AS CONSTANT AS A NORTHEN STAR WAS SUCH AN EASE. I BEG YOU TO BE TRIUMPHANT EVEN THOUGH I SHALL NOT BE ANYMORE WERE I LAY. BLATANTLY I SURRENDER TO THE VOID.
GOD REST YE MERRY GENTLEMEN.


In Svezia si racconta che esiste un uccello leggendario che ogni mille anni torna ad affilare il suo becco sulla superficie di una montagna che svetta nel mare, alta dieci chilometri e larga quanto lo sguardo all’orizzonte. Dietro questa leggenda c’è lo spettro dell’eternità, perché l’uccello torna ad affilare il suo becco finché tutta la montagna non sarà consumata del tutto. 150444274-02467421-1e3c-4146-b70c-2511b58e8d87


Una volta c’era un padre che si avvicinò alla figlia mentre ella cantava e batteva le mani sotto il palco e di fronte ad un grande schermo. Se il mio intuito non si sbaglia, credo che la ragazza avesse qualche lieve deficit cognitivo. Il padre le disse: «Non avrai intenzione di salire su quel palco spero..», lei tenendo basso lo sguardo e mortificata chiese solo: «Perché non posso?». Lui duro rispose: «su quel palco non ci sali, ci siamo capiti?».

Mentre andò via lei fissò suo padre per qualche istante con occhi delusi finché fece uno scatto e andò verso di lui. Non vidi né sentii cosa si dissero. Rividi, poi, quella ragazza salire sul palco accompagnata, presumo, dalla madre per poter cantare di fronte al pubblico una canzone. Ritrovai il padre in cima alle scalette di accesso al palco che riprendeva tutta la performance con il suo cellulare sulla faccia teneva appeso un sorriso che non riuscii a decifrare esattamente.

E la canzone che la figlia e l’accompagnatrice era intitolata, chissà per quale geniale coincidenza, “Il mio canto libero”.


Esiste un San Francesco tutto cinese. E’ un po’ fumantino rispetto al santo occidentale e si chiama Mi-Fei (o per gli amici “il pazzo Mi”). Una volta mentre passeggiava nel distretto Wu-Wei di An-hui, vide per terra una grossa pietra, grigia con una strana forma e un aspetto assai sgradevole. Ma Mi, improvvisamente. lasciò esprimere il suo cuore e, ben vestito com’era si gettò in ginocchio nella polvere e la chiamò «Fratello mio!».

Dico che questo Mi-Fei è meno santo di S. Francesco, ma almeno è si vestiva bene.


Sempre in Cina è usanza funebre bruciare dei soldi reali (o falsi) per augurare al defunto una buona rendita per l’aldilà.

Chissà se nell’aldilà il defunto sia in grado di distinguere quelli veri da quelli falsi!