neo

di LetteraL

-Se ci pensi un neo è davvero qualcosa di assurdo. Per l’essere umano, intendo. Cioè se lo guardi bene, se ti avvicini molto, sembra un brutto buco nero sulla pelle, tra i seni o sui fianchi. E’ una cosa che cattura l’occhio e lo intrappola nella tela frastagliata. Ti fa quasi dimenticare che c’è una persona che se lo porta addosso; sembra quasi il contrario. Sembra che siano i nei a portarsi dietro le persone..mi segui? 

-Sì..cioè fino ad un certo punto. Certe volte riesco a leggerti in fronte quello che pensi, altre volte te ne esci con cose a cui non saprei mai risponderti. Poi cosa dovrei risponderti? E’ qualcosa che hai pensato tutto tu, non mi stai chiedendo un parere. Mi chiedi solo se ti seguo e basta, quindi, sì ti seguo..

-E’ vero. A me basta sapere che mi segui così..Non ti vengono mai questi pensieri a te? Non chiedi mai agli altri di seguirti?

-Sì che mi vengono questi pensieri, come li chiami tu. Ma no, non chiedo mai di seguirmi. Me li tengo in testa e basta, al massimo li scrivo. Mi sentirei prepotente a chiedere ad un’altra persona di seguirmi.

– (a bassa voce, tra sé e sé) C’è bisogno di tutte e due le cose, di entrambe..

-Che hai detto?

-Ho detto che i nei ce li abbiamo pure in testa, c’è chi non li vuole far vedere, chi li mostra tranquillamente e chi se ne dimentica di averli pure..

…mh… (accigliata, tira fuori una sigaretta). Quindi io quale sarei (soffia il fumo fuori) delle tre? 

… [SELEZIONARE UNA OPZIONE]

-Non direi tanto..cioè c’è molto di più secondo me. Non puoi ridurre tutto a poche opzioni. Anche se poi ci comportiamo sempre allo stesso modo, quello che abbiamo selezionato.

-(visibilmente stanco del discorso introdotto da lui stesso) Forse hai ragione..ma sì, cioè è vero quello che dici.. (sorride tirando un lato della bocca)

-Mi passi gli occhiali? Voglio leggere un po’..(lui intanto percepisce un certo rammarico pensando di averla annoiata, ma forse non sa..)

E passarono così il loro pomeriggio. In quel posto scoperto un po’ per caso, tra una vegetazione fitta, passarono il pomeriggio d’agosto. Schiacciando un po’ di fili d’erba, tenendo la testa schiacciata contro il petto e forzando gli occhi a guardare in basso, si poteva scorgere il mare. Lì, lui preferiva tenere le braccia dietro la nuca e guardare in alto, lei coricata a pancia in giù a giocare con l’erba, rompendone e facendo piccoli nodi con gli steli sottili. Sottili. O a volte lasciava che gli occhi sfocassero tutto il verde davanti a sé e perdeva la lotta contro il tentativo di traguardare nel folto della verdura.

Si mise a leggere il suo libro facendo perno sui gomiti puntuti e giocando un po’ con il labbro inferiore, quello che quando si concentrava sporgeva un po’ all’infuori. Talvolta, per un breve bisogno di riposo incondizionato, poggiava il mento sul palmo della mano, e spostava il baricentro su un lato del corpo disteso, con le nocche sulla guancia. Lo fece anche quel pomeriggio, prima poggiandosi a sinistra, poi a destra. Così lui (ri)notò il suo neo e lo fissò a lungo senza muoversi per non dare nell’occhio, chiedendosi se in quel neo ci fossero segreti da svelare prima o poi, o da coprire con quelle nocche sulla guancia.