Effetto Tyndall

L’acqua un poco turbata soffia su vapore denso, in volute corpose ma fragili. Con grande aleatorietà esso si infonde delle tante molecole che abitano la stanza in cui siedo, accanto alla finestra del salotto. Le marezzature violetto delle nuvole srotolate in cielo, quasi a sfiorare un bordo scosceso della montagna, mi illanguidiscono; c’è ancora qualcosa di irrisolto in questo tramonto. Il sole lotta ancora nei suoi ultimi scampoli raggianti dietro la trama di una quercia da potare e non sembra cedere il passo alle tenebre. Colto da una  flebile voglia di ragionare calmamente, i miei pensieri si dispongono nell’atmosfera e, coinvolti dalle ultime luci, assumono una magnifica fisionomia.

C’è ancora tanta ingiustizia nel mondo, tante storie che ora possiamo o dobbiamo finalmente o purtroppo conoscere. Ci sono i miei amici, le persone amate, le persone, la famiglia, il mio riflesso. Siamo tanti e siamo tutti qui ora con qualche quattrino tra le mani, qualche scarpa allacciata male, in coda sulla strada, nel supermarket. Se la persona più ricca sulla faccia della terra riuscisse a ritenersi soddisfatta a fine giornata, se lo studente riuscisse a chiudere o aprire i libri con soddisfazione, se un amante riuscisse ancora ad amare furtivamente ma con segreta soddisfazione, se l’affamato riuscisse a coricarsi soddisfatto e sazio della giornata passata, se il malato da guarirsi riuscisse a dirsi soddisfatto delle possibilità che gli restano, se il malato senza guarigione riuscisse a dirsi soddisfatto di ciò che lascerà dietro di sé, se il neonato riuscisse a sentirsi soddisfatto dopo l’ultima poppata, se un nonno senza più la compagna di una vita riuscisse a chiudere a chiave la porta di casa con soddisfazione, se un cane anziano riuscisse ancora a sentirsi soddisfatto dei suoi padroni per l’ultima carezza della giornata prima di accucciarsi a terra, se tutti un giorno ci riuscissimo a trovare, festosamente, nella piazza del paese per dirci quanto siamo soddisfatti, saremmo e sarebbero tutti pronti a lasciare questo mondo con buon animo.

Quanti stati d’animo ci portiamo dietro, ripetendoli scioccamente dentro i nostri mantra quotidiani. Forse nessuno si sentirebbe in forze di garantire per tutti che se un giorno ci dichiarassimo soddisfatti all’unisono, cambierebbero molti equilibri e molte rogne troverebbero facile soluzione. Se qualcuno mi chiedesse quanto costerebbe decidersi un giorno a smarcarsi dalle zavorre delle insoddisfazioni, a stringere con più forza il prossimo abbraccio, a sotterrare i cannoni di orgoglio che quasi mai sparano a salve (e se lo fanno, il fragore e l’eco non arrecano meno turbamenti) -se qualcuno mi chiedesse quindi tutto ciò, io non esiterei a stare in silenzio. Perché siamo umani e l’abitudine ci centra e ci stabilizza; solo nel momento in cui saremo disposti ad allargarne le basi, potremmo capire e agire di più. Ma saranno segni silenziosi a cui bisogna prestare un orecchio attento.

 

Quest’aria satolla non sembra accorgersi, intanto, della pazienza dei miei pensieri. E allora bevo un altro sorso.

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I VOLTI SONO PER GLI AMICI