N. di cartone

di LetteraL

 

 

Rimetto la sigaretta nel pacchetto. Stritolo con le mani il cartone che resiste agli spigoli: anche la fattura più fragile sa rendersi coriacea. Nelle sere di bagordi con i soliti ho cercato nelle bionde la comodità di un discorso su quella là, che se la fa con quel tipaccio lì, ma chi?, e sbrìgati che qua fuori si gela e sono senza giacca. Estati tranquille a boccheggiare fumo per invadere un pezzo di cielo, per ritardare i saluti o adempiere a rituali mai troppo consueti. I mattini di bocche amareggiate che neanche l’acqua riesce a diluire celavano l’improponibile offerta di smetterla: “il fumo uccide”. 

Non ho mai capito come fumare da solo: mi spaventa l’idea di farlo per ingannare il tempo. Mi intristisce l’idea della sigaretta bruciata per riflettere; mi disgusta l’idea di passare più di mezza giornata con l’indice e il medio puzzolenti e con quel sapore acidognolo aggrappato in gola. E quanta fretta nel tentativo di farlo! Troppe occhiate rapide lanciate più in là di una normale preoccupazione, mentre il mondo respirava più sano. Mi dà l’idea di infilarmi dentro un armadio di specchi: riflessi(oni) divertenti solo per i primi quaranta secondi.

Ogni volta che camminavo mano nella mano con nonna mi fermavo a rimirare un pezzo di vetro verde incastonato in una colata di cemento a terra. Col solleone di giugno era quello lo smeraldo più bello attorno ai miei piccoli occhi. E a nulla valevano le sollecitazioni della mamma di papà, con cui poi ero solito inerpicarmi su di un sentiero erto che tagliava per la collina su cui saremmo tornati a mangiare la pizza bianco-tonda comprata nel forno dell’omaccione allegro.

L’altra nonna aveva una cantina talmente umida che quando respiravi, bevevi. Da lei le estati erano frondose, sonnolente per tutti tranne che per me che non ho mai dormito il pomeriggio ed ero costretto a tenere la TV al minimo e a inventare giochi silenziosi. Così leggevo tutto quello che mi capitasse a tiro di naso, consumando tragitti lunghi e arzigogolati tra quelle lettere stampate. Oppure mi avventuravo sul selciato ruvido portandomi nello zainetto quel silenzio casalingo per non disturbare nemmeno il primo pomeriggio. La sala dove dormiva di fianco il nonno era satura di russate e di cenere di Diana rosse, pacchetto morbido. Il posacenere raccoglieva una Termopili di macerie grigie e di mozziconi ancora caldi di brace: un filo di fumo, talvolta, sopravviveva alle dita che ne avevano tranciato il corpo. La voglia di diventare più grandi era l’unico ostacolo a quel tempo.

Domattina mi alzerò prima del solito. Con le guance arrotondate dagli sbuffi e gli occhi che cercano di saltar giù dalla finestra per correre dietro qualche refolo di vento e obliterare il biglietto per una giornata meno impegnativa. Io intanto, che se rido mi si spacca il viso, io che poco dopo guardo la pubblicità e poi lo faccio ogni giorno: un mattone che voleva diventar casa. Papà che parla attorno alla sigaretta in mezzo ai denti. Gli amori al mare col costume sotto, i tuffi con la testa al telefono; sì ti ascolto, dimmi dài, e la sigaretta che si rigira tra le dita sbullonate.Schermata 2018-06-28 alle 00.28.03

Si accendevano una, tre, otto quando la partita volgeva al peggio e la difesa concedeva buchi imperdonabili — ma che ti fischi!? — e con le mani sulla testa, vabbè andiamocene che qua tira brutta aria, detto tra una pacca sulla spalla e un calcio ai sassi delusi. Le gelosie tra amici, roba da voler urlare in chiesa, per poi fermarsi un poco sul solito muretto sbrecciato e cercare di non convincersi del peggio perché. Le mani strette sulle spalle e lo sguardo di lato per intendersi meglio sul presente, le teste come girasoli.

A far correre di notte i fari dell’auto sui cancelli e gli occhi su quelle porte in penombra sperando che la strada per il letto non fosse cambiata; una sedia di vestiti da liberare e poi da riempire, scocciati dalla giornata e con quella foto della prima comunione in cui sbirciare, sadicamente, quel sorriso faticoso estratto di fronte a certi regali.

Chissà se andrò di nuovo di fretta. Quel bambino al mare incastrato dal gesso che piangeva mentre i giorni d’estate lo sorpassavano a sinistra. Nelle tasche la salma di una caramella e un “non lo so”; un po’ di febbre nella felpa a novembre, quando si misero a sparare qui vicino. E dopo la buriana, oltre i tavolini del bar, i prati che si lisciavano come gattini, mentre un vento storto da lontano rovesciava le cravatte e rimbalzava la cicca lanciata da una schicchera.Schermata 2018-06-28 alle 00.15.42

Quando alla stazione c’era quell’ubriacone che mi chiese, in un italiano masticato e con la barba incollata, una sigaretta, mentre il suo cane, mogio e moccoloso, annusava le mie tasche con gli occhi della questua. Con le braccia strette al mio giaccone e i piedi a martello che battevano per far fluire più sangue nei capillari, piantai lo sguardo a terra quando un gruppo di ragazze si misero a ridacchiare, fresche come un mazzo d’insalata, ravvivandosi i capelli. Su quanti sedili mi sono seduto, su quanti è crollata la mia testa vinta, e da quanti mi sono alzato alla fermata sbagliata come quando allo stadio segnano un goal. Tornava mamma a casa con un nuovo cappotto e tutti intorno a dirle come le stava. 

Ho passato certe sere in garitta, a difendere il mio futuro mentre la scrivania invecchiava di un anno e il cellulare si illuminava ai messaggi sbagliati. Con quell’amico, prima di chiedermi come stessi, andavamo a prendere una birra a quel bar, poco prima che chiudesse e appena in tempo per non diventare più grandi. Quelle sere in cui la sicurezza rompeva le righe con troppa facilità e, dove l’ho nascosto il pacchetto?, chiudi la porta che mamma se ne accorge! Poco prima di entrare in quell’aula, con i maglioni di una taglia più grande e con il gubbino ricoperto dal freddo del mattino che si tagliava in due come una mela, temevo il quattro di quella stronza. Le radio dalle macchine coi “grandi successi” e noi seduti scomposti con le penne a sfera a rotolare.

Due ragazze scendono le scale in piano sequenza; una è intenta a darle forza con le parole, l’altra cerca di staccare le lacrime aggrappate agli occhi. Roma che quella sera era fresca, marezzata e sapeva di mandorle, quando tra i laureati si cercavano giudici di pace e i motorini si muovevano senza caschi. 

In questo embolo di silenzio che mi è concesso trovo salvacondotti al presente e supero la dogana della notte. Prendo l’accendino e faccio scoccare due scintille nel buio friabile.Schermata 2018-06-28 alle 00.15.51