Racconti per sopravvivere all’estate

di LetteraL

Sottotitolo: Limpidi, notturni, coriacei, luminosi, asfissianti, rilassanti, sconquassati, freschi, integri, incoraggianti e ben vestiti.

 

QUELLA VOLTA IN CUI NEGOZIAI CON UNA BUSTA DI PLASTICA

Considerazione numero zero, l’assioma: negli ultimi anni la plastica ci ha regalato alcune delle più grandi e piacevoli forme di comodità e innovazioni che sarebbe oltraggioso non ringraziarla e augurarle un futuro migliore e di sereno riposo. La plastica ha provocato, provoca e continuerà a provocare danni di enorme entità se non verrà smaltita o — preferibilmente — riciclata nel modo migliore per l’ambiente. Lo stesso ambiente in cui tu, oh lettore, oh lettrice, voi, preferite bere dalla cannuccia dei cocktail segretamente annacquati e dall’imbarazzante sapore zuccheroso. Nota a margine: anche l’assunzione di zuccheri complessi, se elevata, comporta rischi importanti per la salute e, ancora, per l’ambiente. Lo stesso ambiente in cui tu, oh voi, lettori e lettrici, preferite bere del latte di soia zuccherato artificialmente, imbottigliato, guardate un po’, in una confezione di plastica. E la cosa potrebbe srotolarsi per molte pagine ancora.

Cosa ci fai o busta in ciel, dimmi, cosa ci fai? Chi le braccia ti inchiodò a quella grondaia? Sono stati i nostri antenati? O forse è stata l’accaldata signora in vestaglia ad averti appoggiata lì per non dimenticarti e per poi dimenticarti? Ora sei la silhouette di un bambino travestito da fantasma gender unfriendly, l’incarto di taffettà che avvolge i confetti, il grembiule scolastico ereditato, decolorato e ricolorato, dai dettami fascisti, una razza dallo strano colore incatenata in un mare d’aria — attualmente poca — e caldo — attualmente molto –, la sciarpa della Fracci in Tv dopo esser finita nel ciclo di lavaggio sbagliato, la liquefatta, poi sbriciolata, poi compattata, poi ritagliata camicia di un autista di autobus interurbani, una pubblicità di di Telefono Azzurro, i prodromi di una corrente calda dal Marocco, ovvero l’usurpatrice del mestiere del galletto di ferro sui comignoli, un film di Salvadores sul canale in chiaro alle tre e mezza di pomeriggio, il contrappunto cromatico assurdo del rame e del metallo che ti sorreggono, una forma in divenire nella congerie di ipotesi e immagini adattabili dai relativi intelletti individuali prima che una nota casa di produzione cinematografica incarichi un regista di fissare per gli spettatori l’estetica di una busta azzurra in un film il cui soggetto sia tu e la cui distribuzione venga affidata e benedetta dai mitici intellettuali di sinistra durante un cineforum estivo a Bologna, disertato per via della puntata rivelatrice di Temptation Island, una busta annodata ad una grondaia e svolazzante in questo pomeriggio in cui ti guardo.

Quanto saresti disposta a pagarmi se io ti liberassi? Se io decidessi di salire la salita che ci separa e ti venissi a sciogliere i nodi, tu con cosa mi ringrazieresti? Hai ancora tempo per pensarci, non sciupare la possibilità di tornare in uso, di assolvere ai tuoi compiti, anche quelli più tristemente noti per l’ambiente. Tra l’altro sei fatta anche di un materiale messo al bando dalla legge; ma tu, da buona insolente, te ne stai lì a dimenarti in pose plastiche (risata) e maliziose al primo filo di vento che ti sfiora le fibre. Ti lasceresti infilare una bella anguria ovale il cui sapore resta insondabile fino all’apertura perché — diciamolo una volta per tutte, battere la mano sopra la scorza è un gesto completamente inutile e insulso ma che conferisce immediata autorità in materia di acquisti, pur non sapendo quale rumore effettivamente faccia un’anguria matura, non essendo stati mai dichiarati dei parametri sonori per un buon acquisto — la sculacciata presa non funziona come quei sonar nei film? Oppure potrei riempirti di soldi, di ghiaccio, di erba appena tagliata, della mia testa per giocarti pericolosamente, metaforicamente di pensieri, di pause, di fotografie, di aria, delle mie braccia per poi fingere di essere un parà in missione sulle scale di casa.

Ma tu te ne stai lì, oh busta, imperscrutabile come la lotteria di giugno e muovi i miei pensieri che rantolano e quasi li vinci, ribaltando le prospettive polari che io, autore, ho deciso di allestire tra queste righe e a cui il lettore potrà non più credere, arrivato a questo punto della lettura. Mi rimane soltanto, per evitare il linciaggio o l’imbarazzo delle forche caudine, di (far) constatare che tutto ciò è partito dal fatto che sono qui seduto vicino al davanzale e ho notato che il colore della tazza che ho finito di sorseggiare è della tua stessa tinta. Ma potrebbe essere che abbia sbagliato.