Quei cani

La strada di casa mia ha la sua solita espressione: faticosa per chi la deve salire, propizia per chi scende. Le poche macchine che passano si portano via il rumore. Poi torna un silenzio padrone ma discreto. Solo allora, alla finestra, l’occhio si calma, i nervi non lo trattengono più ed è libero di vagare. In questi giorni ho ricostruito le vicende di due cani randagi che solitamente si afflosciano sul praticello oltre la strada. Sono anni ormai che percorrono le vie e i sentieri del paese e la loro presenza rabdomante è diventata, strano a dirsi, una regolarità a cui siamo abituati. Si sono guadagnati del cibo per il semplice fatto di esser vivi; hanno subito versacci sgarbati, calci sguaiati per il solo fatto di esser cani. Sono di due razze diverse. Nonostante le loro condizioni precarie e malandate, mi piace immaginarli protagonisti di avventure mirabolanti. Eppure, quando passano troppi giorni e non li vedo nei paraggi, inizio a fare pensieri preoccupati. Mi consolo solo all’idea di vederli acciambellati l’uno vicino all’altro. Finché il mio occhio non li ritrova a gironzolare nel perimetro della mia vista, non posso far altro. Quando li rivedo mi soffermo e, come da bambino, cerco di imparare l’arte della fedeltà . Ma a giudicare dalla loro siesta placida, quella fedeltà  è un disegno semplice: un buffo coagulo di colori opposti ed io che dietro questa finestra, un diorama dalle lenti spesse, mi accontento di vederli annoiati affondare il muso tra l’erba di marzo.