LetteraL

Aluna

Un neon scrocchia basso
mentre una luna escogita; io me ne vo
con lento, lentissimo passo.
La luna, dicevo, escogita
se uscire o meno da quello spigolo
forse dall’altro.
Ma forse son io a spostarla
ove pi√Ļ mi aggrada o ove pi√Ļ
appaia probabile che esca.
Ma non sono in un film
il neon in realtà è una lampadina.
E io, veloce taglio obliquo questa via.

 

-Gi√† che sei in piedi, mi porteresti un bicchiere d’acqua?-

-..dal rubinetto o dal frigorifero?-

-rubinetto, rubinetto..-

Lui torna pochi secondi dopo nella stanza con un bicchiere d’acqua pieno e un piattino con dei biscotti rammolliti, presi dalla confezione nella dispensa. Cammina fino al letto e inciampa un poco nello scendiletto. Aluna esplode in una fragorosa risata, senza distogliere lo sguardo dal suo cellulare. Lui si siede sul letto e poi distende¬†le gambe, con ancora ai piedi una ciabatta, mentre l’altra s’√® persa nel movimento. Posiziona il piattino al centro del letto e porge il bicchiere d’acqua ad Aluna. Il bicchiere ha ancora addosso alcune goccioline grondanti. Nel gesto un paio di queste cadono sul lenzuolo e lo scuriscono. Lei beve avidamente. Poi colloca il bicchiere sullo spigolo del comodino. E’ rimasta ancora dell’acqua, ma lei fa sempre cos√¨ perch√© “metti che mi sveglio e ho sete”..

Noustalgia

Ero felice quando

giocavo madido

di forti corse.




Gi√Ļ dalla collina

giaceva la sabbia

della pace.




La soluzione del gioco

giace quieta nel cavo

di un dente gigante.

 

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Ode ad una palma

RAPTA, ASCENDI SOPRA
TETTI E TESTE RIGIDE. 
CHE IL CIELO NON COPRA
LA SCOMPOSTA EGIDA;
SI CONTANO GLI ANNI
AD OGNI FRUSCIO
ŌÜ

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Quel rumore che fanno i divani di pelle quando qualcuno si muove

La vita è un morso

C’√® una stanza dal soffitto molto basso; √® un salotto. La moquette √® lisa, e le pareti hanno la stessa tinta perla. Un divano e due poltrone vicino alle finestre. Una pianta verde alta e rigogliosa ha delle foglie larghe e palmate. C’√® molta umidit√† nella stanza e le finestre sono chiuse. Le tende non si muovono e le foglie non danzano. Sul divano di pelle ci sono delle grinze; qualcuno era seduto l√¨ poco fa. ; si torcono le fibre, crepitano, si dilaniano e urlano per un brevissimo istante. Quando c’√® troppo freddo, o troppo caldo, in un ambiente chiuso i mobili in legno emettono dei colpi, degli scricchiolii forti. Di notte i rumori sono amplificati. Fuori si vedono dei volti alle finestre: urlano ma i vetri non lasciano passare suoni. Sono disperati e guardano in alto allungando le braccia. Nel lavandino c’√® una tazza larga di ceramica sotto il rubinetto; il rubinetto gocciola. La tazza non √® ancora piena d’acqua. La lampada era gi√† accesa? Ora sembra ci sia pi√Ļ caldo dentro la stanza. Le tende si muovono impercettibilmente. Un tonfo terribile. Le persone fuori dalla casa urlano e si disperano. Una donna si accascia a terra. C’√® fango e i capelli si impregnano. Il corpo giovane giace in posa. Le braccia torte, lo sterno frantumato. La testa perde sangue. Gli occhi aperti. I vetri non lasciano passare suoni. Quel rumore che fanno i divani di pelle quando qualcuno si muove. La lampada ha una breve intermittenza. Quando le falene percepiscono del calore, vi si avvicinano pericolosamente. C’√® odore di terra fresca, appena smossa. Nello specchio il riflesso di una poltrona e della lampada. C’√® un insetto sullo specchio e sembra si stia muovendo sulla lampada. Non ci sono ombre. La tazza non √® ancora piena di acqua. Un pezzo di terriccio ci √® caduto dentro. Si scioglie lento. Il ronzio del frigorifero. In questa casa c’√® molto legno. Al piano di sopra sta bruciando.¬†Quando le falene percepiscono del calore, vi si avvicinano pericolosamente. Compare un’oca sul tavolo. Bianca e pura non schiamazza. Gira il collo e si alza. Le sue piume servono per i migliori cuscini, per i migliori sogni. Tutte le luci si accendono nella stanza. Raggiungono presto la massima luminosit√†. Dell’oca rimane solo il becco e gli occhi sospesi nell’aria. ¬†Tutto si rende abbagliante. Il ronzio del frigorifero. La perla splende di pi√Ļ. Tutto si spegne di colpo. Secondi e si riaccende la lampada. La tazza √® piena di terra e acqua. La fanghiglia tracima e cade nello scolo. Gorgheggia greve. Un passo entra dalla porta. La moquette si schiaccia. Si consuma e viene sporcata. Terra anche sulla moquette. Il corpo viene adagiato sul divano di pelle. Gocciola sangue dalle mani. Un lato del volto √® completamente deforme. Il fango si incrosta sul divano. La tazza viene presa e sollevata. La fanghiglia viene spalmata sul suo volto. Qualche goccia cade sulla moquette. Nessuno vuole parlare. La sua mano viene risollevata. La poggiano sul suo petto ma scivola. Viene sollevata di nuovo. Scivola e tocca terra penzolando. Sorrisi. Tutti si girano e in silenzio escono dalla stanza urtandosi un poco. Salgono le scale in fila. Scricchiola il legno sotto il peso di una famiglia pi√Ļ piccola. L’ultimo piede sale il gradino che geme pi√Ļ degli altri. ¬†Poi svanisce. In questa casa c’√® molto legno.¬†Quando c’√® troppo freddo, o troppo caldo, in un ambiente chiuso i mobili in legno emettono dei colpi, degli scricchiolii forti.

Spegno la lampada. Mi siedo sulla poltrona per guardarlo. Finch√© non arriva il mattino. Non bisogner√† pi√Ļ accendere la luce. La luce; non bisogner√† pi√Ļ accenderla. Accendo la tv. Di nuovo, alla porta si fa avanti. I suoi capelli ancora bagnati. Perdono fango. Accende la lampada e mi guarda. Chiude un occhio. Ci poggia l’indice sopra e preme un po’. Compaiono lucciole. Io spengo la tv. Bisogna guardarlo. L’oca viene adagiata sul suo petto. Nello specchio il riflesso di una poltrona e della lampada. Ci sono anche io nel riflesso. C’√® l’insetto ancora sullo specchio. Mi abbasso per slacciare una scarpa. La tolgo dal piede. Guardo con pi√Ļ attenzione. C’√® del fango sulla sua punta.¬†C’√® molta umidit√† nella stanza e le finestre sono chiuse.

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polish, lucido

Prontuario energetico

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  • Un corpo, ma pi√Ļ menti
  • La mente/cuore funziona meglio se l’energia viene canalizzata in un’attivit√† alla volta (intellettiva, pratica, spirituale).
  • Ogni uomo ha diritto ¬†ad andarsene e a contraddirsi durante la¬†sua vita
  • La curiosit√† di un bambino nell’equilibrio di un corpo adulto
  • Non accontentarsi della mediocrit√†. La modestia, invece, √® tutt’altra cosa nella vita, anche se condivide con la prima la lettera iniziale
  • Buona musica, sana cucina e vita attiva-sedentaria in giuste dosi sono i toccasana per un’eccellente esistenza quotidiana
  • A tal proposito; la vita √® quotidiana e ogni giorno √® divino nella usa interezza
  • Ognuno ha del divino e ne estende i tratti nella sua realt√†; rispetto e devozione verso di esso e verso la propria intima spiritualit√† sono le basi. Preghiera e costanza significano le eccellenze
  • La natura sar√† dove tutto avr√† una fine e un nuovo inizio
  • Nel valutare e nel prendere decisioni √® bene optare per quella che avr√† meno ripercussioni sulla natura circostante, sull’altro e sulla memoria dei defunti. Di fronte a questo sacrificio √® bene sentirsi orgogliosi intimamente
  • La creativit√† √® nella vita come la glassa sulla torta; non √® necessaria, ma √® ci√≤ che la renderebbe una buona torta
  • Sebbene questo possa farci sentire piccoli, non c’√® nessun pensiero straordinario (extra-ordinario) in noi: tutto √® stato a suo modo gi√† pensato da tanti altri prima di noi e molti torneranno a farlo dopo di noi. Consolatevi con questo precetto (sicuramente anch’esso gi√† pensato) ma sappiate che la risposta a ciascuno di questi gi√†-pensieri √® ci√≤ che ci rende uomini unici nella storia
  • Respirare non ha mai ucciso nessuno; bisogna farlo in maniera corretta e consapevole di ogni atto. Ogni respiro, una preghiera alla vita
  • E’ bene che a questo mondo esistano i 7 vizi capitali, cos√¨ come i 10 comandamenti
  • Spesso una lunga passeggiata equivale ad un viaggio vero e proprio; quando rientri a casa potresti notare delle differenze nei volti dei tuoi cari, nella natura circostante e persino nelle stanze della tua dimora. Sei cambiato anche tu.
  • Una casa senza un caminetto non √® un nido, ma una tana
  • La seriet√† √® una circostanza che abbiamo imparato a ¬†formalizzare; impariamo a capire, per√≤, che per il resto della vita si tratta di un gioco in cui spesso si rischia di apprendere qualcosa da tramandare.
  • L’ironia, sottile o spessa, tagliente o morbida, √® ci√≤ che rende il mondo uno dei posti migliori in cui vivere.

 

 

 

Attese 3 (FINE)

BAGNATI DI BELLEZZA
APERTI NEL PRESENTE
ASCIUGATI DALLE PRESENZE
ESSICCATI NELLA SPERANZA
CHIUSI NELL’ATTESA DI NUOVA LUCE
E ANCORA; BAGNATI DI BELLEZZA¬†[…

 

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Quarto racconto ordinario

Quarto racconto ordinario.

Che giorno è ?

Quarto racconto ordinario

honda_civic_2430769_orig<Cara, quanti ne abbiamo oggi? >

Fu cos√¨ che tutto ebbe inizio, un giorno- e non so ancora quale. Avrei dovuto firmare, quel giorno, un documento per il nostro commercialista, una sciocchezza di quelle che si compilano una volta ogni tre anni ma di cui, puntualmente, te ne dimentichi l’esatta procedura. Sebbene questa fantomatica procedura sia stata collaudata in casa mia da sei anni ormai, sono convinto che nella nostra testa ci sia un punto preciso, nel cervello insomma, che sistematicamente “salti”, vada in corto circuito, e perci√≤ ci si dimentica come compilare quel maledetto documento. Dovrebbero chiamarla “area della ragioner√¨a” e magari i medici, quei bontemponi, si divertiranno a chiamarla “area senza speranza”. I medici sanno sempre come ironizzare sulle malattie degli altri, questa √® la loro malattia.

Ebbene, eccomi qui, dopo aver temuto di darmi per vinto di fronte a mia moglie (no, mai!), finalmente mi ritrovo vittorioso di fronte a quel cumulo di carte selvagge. Ecco che alzo solenne la graffetta di metallo e, con un gesto sciolto, riesco a domarle per sempre; ora non potranno pi√Ļ fare del male a nessuno. Un piccolissimo dettaglio che deve essermi sfuggito nella foga della vittoria: la data di oggi. Poco male, roba che si risolve dando un’occhiata al calendario che – non riesco a trovare. Era proprio qui, l’altro giorno e ora dov’√® finito? Forse ¬†deve averlo spostato mia moglie quando ha pulito sulla mia scrivania: nulla di grave. Vorr√† dire che¬†la prossima volta che usciremo insieme a cena le nasconder√≤ lo struccante. Ti amo amore, tanto.

Forse faccio prima a chiederlo a lei che data abbiamo oggi, e così: <Cara, quanti ne abbiamo oggi?>

Lei dalla cucina risponde tutta cerimoniosa <Che simpaticone che sei oggi! Dillo che lo fai di proposito a fingere di non sapere la data di oggi..>

Bene, benissimo; questo √® uno di quei momenti in cui un uomo deve sentirsi tremare i polsi. E non so come, ma immagino di fingere di uscire dalla discussione e di casa e di partire sgommando con la macchina per scappare lontano da casa, come nel cartone animato. Valuto la possibilit√† ma almeno tre fatti concorrono a farmi desistere dal simpatico proposito: 1) Abito al quarto piano e a meno che io non voglia testare la resistenza delle mie costole proprio oggi, dubito di poter scendere le scale cinque gradini alla volta 2)possiedo una Honda Civic del 1996 e il rombo di motore lo posso sentire al massimo all’autoradio, 3)pure se volessi scappare lontano devo affrontare il semaforo a poca distanza dalla porta del mio garage: partire in quarta per fermarsi dopo 30 metri sarebbe s√¨ comico, ma anche piuttosto inutile.

Facciamo allora che me la cavo con un: <Ah! Mi hai beccato, non riesco mai a fregarti..!> e ci provo con un bel sorriso ghiacciato per recitare bene la parte. Ora, assodato che non possa chiedere la data di oggi a mia moglie (e non so ancora perch√©, ma il fatto che io sia vivo non dovrebbe farvi preoccupare troppo), devo trovare qualcuno o qualcosa che possa rivelarmelo. Ok, ho una Honda Civic del ’96, ma questo non mi impedisce di possedere mezzi di comunicazione abbastanza aggiornati da darmi la data e l’ora esatta. Ci provo con la televisione, impareggiabile compagna di nullafacenza; premo il pulsante e attendo che si accenda. Intanto mi lancio alla ricerca del telecomando e penso a tutti i caduti in guerra che si sono dovuti arrendere al Grande Nemico (il divano) e sono stati costretti ad alzarsi per cambiare canale o, semplicemente alzare il volume (quest’ultima azione rientra tra le pi√Ļ atroci e disumane che possano accadere tra le mura domestiche, altro che gli spigoli dei mobili e le fronti dei bambini). Alzo gli occhi al cielo e dedico a loro l’inizio della mia -breve- giornata televisiva; fermi tutti, nessuno si muova. Il telecomando non funziona. Ricorda cosa diceva tuo nonno in questi momenti (in realt√† mio nonno, buon anima, non aveva la televisione nel ’20, come del resto l’intera popolazione mondiale): “Prova a spegnere e riaccendere”. S√¨, grazie nonno, ora sono sicuro che torner√† a funzionare.

E invece la televisione rimane piantata sul segnale orario del quinto canale. D√†i, forse dopo l’ora danno anche la data, no? Poi ci rifletto e la sintassi mi inchioda all’angolo: segnale orario. “Segnale orario” echeggia nella mia mente, rimbalza tra le pareti di casa, la leggo ovunque, sento mia moglie che mi dice <Caro, mi porteresti il segnale orario?>. Non pu√≤ essere, porco mondo, non pu√≤ essere possibile che quello sia solo un segnale orario.

Prima che mi prenda un attacco di panico e che sia costretto a rannicchiarmi in posizione fetale premendomi i palmi sugli occhi, mi dirigo in cucina alla ricerca della radio. Caro Guglielmo Marconi (ma anche tu, Nicola Tesla, resta qui, che riguarda anche te), oggi diventeremo ancora pi√Ļ amici; infatti tra poco accender√≤ il tuo prezioso strumento e da questo, con melliflue parole, verr√≤ a sapere che la data di oggi √®:

La radio non prende, non c’√® segnale, solo un fruscio. Il mio cuore rallenta, le pupille si stringono (non chiedetemi come faccia a saperlo, ma di solito √® cos√¨ che si dice quando sta per accadere qualcosa o √® accaduto qualcosa), la mia anima diventa un pozzo vuoto in cui cade una radiolina e i colpi che questa d√† contro le pareti riecheggiano ancora nelle mie orecchie. Se fossi stato in un film probabilmente ci sarebbe stato un fermo immagine sul mio volto e, pian piano,sarebbero comparse delle crepe lungo tutta la faccia¬†e la mia immagine che esplode e si sgretola in piccoli pezzi. O anche una ripresa dal basso che inquadra i miei piedi e le mie mani, le quali lasciano cadere senza forza la radiolina che impatta a terra spaccandosi in due; tutto meticolosamente a rallentatore, fino all’ultimo colpo sul pavimento. Poi un altro fermo immagine su di me (oggi devo essere molto fotogenico), una lacrima delicata che stilla dal mio occhio destro e poi un nero di chiusura.

Fantastico, applausi, qualche critica velata perch√© si √® giocato un po’ sul patetismo emotivo (e voi che vi ostinate a ripetere queste sequenze da vent’anni ormai non lo siete? Tutti coccodrilli quando si tratta del film di qualcun altro). Ma qui la realt√† √® un’altra: se la radio non √® funzionante, neanche quella della mia Honda Civic – che, beninteso, √® un po’ retr√≤, ma ha l’autoradio e anche l’accendisigari nel caso volessi far diventare tabagista il mio figliolo, o se un giorno dovessi riscoprire la mia vena piromane davanti qualche piazzetta di sosta nei pressi di Ciampino- lo sar√†.

Stiamo calmi, ragioniamo: devo solo trovare quella maledetta data da inserire in quegli stramaledettissimi fogli e poi li potr√≤ sventolare sul muso di quel luridissimo commercialista¬†che mi chiedo, perch√© ¬†dobbiamo avere un commercialista¬†se mia moglie √® laureata in economia aziendale? Chi diavolo me lo ha detto di noleggiarne uno a pagamento (caro) perch√© a fine mese mi salti fuori sul pianerottolo, come se fino ad all’ora fosse stata¬†una ¬†tra le tante pulci che vivono nel nostro zerbino? Forse mi sto agitando troppo; pensa a cosa farebbe il Dalai Lama se fosse qui in questa stanza e se dovesse trovare anche lui la data di oggi, nella sua sacrosantissima aura Zen. Magari verrebbe insieme ad una task force di monaci per instaurare il clima di pace necessario perch√© io possa trovare la divina data di oggi. (Intanto indosso gli occhiali che mi danno l’aria di una persona concentrata nella sua ricerca).

Ok, niente che possa darmi un’informazione valida sulla data di oggi, la tv resta accesa sul quinto canale, la radio continua col suo fruscio, il calendario smarrito urla da qualche parte il mio nome, ma √® troppo lontano e io non posso sentirlo. Niente, sig. Dalai Lama, qui non c’√® pi√Ļ niente da fare, √® troppo tardi, la guido fino al portone, l’ascensore √® rotto, ma alla fine sono cinque rampe di scale. Allora a risentirci Dalai, tanti saluti, un abbraccio alla signora e un bacio ai pupi. (Credo di aver appena fatto una gaffe mastodontica).

Lascio passare un po’ di tempo, ma tutto in questa casa sembra volersi rovesciare sopra di me. Senza troppi discorsi, infilo il mio spolverino e scendo gi√Ļ in strada cercando di dissimulare un atteggiamento tranquillo. Ma mi conosco abbastanza da vedermi all’esterno: sguardo fisso, mani strette a pugno nelle tasche larghe del trench, schiena iperrigida, passo lunghissimo, capelli tirati indietro dalla brillantina. Sembro proprio uno di quei maniaci o di quegli efferati criminali che ci tengono ad apparire curati in pubblico e che, magari, la sera, dopo il solito giro di omicidi, si spalmano anche la lozione dopobarba per non avere irritazioni sulla pelle, perch√© senn√≤ sai che fastidio!

Attraverso a passo di Panzer tedesco durante l’operazione Barbarossa il sottopassaggio che sbuca proprio di fronte al mio giornalaio di fiducia; oggi pi√Ļ che mai, amico mio, mi sarai di fiducia se mi rivelerai la data. Impietrito e impettito mi metto in coda; decido di prendere una rivista per non fare la figura meschina e per mantenere salda la fiducia cliente-gestore. Senza badarci troppo afferro il primo giornale che la mia mano destra riesce ad afferrare, sempre guardando fisso davanti a me e con un impercettibile lavor√¨o della mascella che gonfia e sgonfia il mio collo. Ora cerchiamo di immaginare questa mia figura in una fila, tra un’anziana signora con una montatura in amianto rinforzato e catenina al collo proto-hip hop (in realt√† √® un sobrio crocifisso da 700 grammi) e un distinto capo d’ufficio che ha deciso di farsi un bagno con tutti i vestiti nella colonia; io con la mia rivista, il signore davanti a me con la copia del quotidiano e dentro un bel Diabolik nascosto (dico “bel” perch√© anch’io lo leggo ancora) e la signora con il suo Punto Croce mensile.

Ecco il mio turno; saluto con un sorriso maniacale e con le mani sudaticce porgo la banconota stropicciata nelle mani dell’edicolante. Tenendo fisso lo sguardo su di lui (occhio che oggi mordo), attacco: <Senti, Gustavo, sai per caso che giorno √® oggi?>. Bene, il grosso √® fatto, ho sganciato la bomba, sorrido (sempre da maniaco). E in un lampo lui ribatte: <S√¨, un momento solo..>. ¬†Tutto il tempo che vuoi, prendi tutto il fottuto tempo che ti serve, anche fosse un’eternit√†, ma io rimango qui, col collo spinto in avanti e questo sorriso inebetito a guardarti, a fissare le tue labbra mentre tu mi rivelerai il segreto della data odierna.

Ma tu, oh tu, Gustavo, prendi in mano il tuo telefono cellulare e incassi sotto il mio sguardo i soldi della rivista e senza guardarmi mi lasci nella mano “a coppetta” il resto, tu oggi sei diventato un estraneo nella mia vita. Mi saluti con un cenno e mi dici che sei impegnato a parlare con tua moglie (ma chi, quella coi baffetti che sembra Bismarck?) e dai tuoi occhi capisco che la stilettata alle spalle √® imminente. Oh Gustavo, io ti ho voluto sinceramente bene. Possa tu redimerti per questo simile peccato.

Scappo via velocemente dall’edicola in preda al furore; i miei occhi iniziano a strizzarsi involontariamente. Tutti i tic stanno per saltare fuori e tra poco cadr√≤ a terra come un orologio scordato. Cerchiamo di concentrarci su qualcosa di vicino, √® cos√¨ che si fa quando si √® nel panico: distogliamo l’attenzione da questo incubo. Inspira, espira, inspira, espira.. sequenze da sette per almeno otto volte.

La rivista! La rivista senz’altro conterr√† la data di oggi e io sar√≤ finalmente capace di impugnare la penna e di scrivere la santissima data di oggi. La tiro fuori nervosamente, spiegazzandola leggermente, ma del resto non mi importa molto, si tratta di Novella 2000, mica di un Adelphi appena comprato.

[Eco fuori campo]

Novella 2000..

Novella 2000..

Novella 2000 √® un settimanale razza di idiota epocale! Cosa ti aspetti che ci sia scritto: oggi √® la settimana tra il 12 e il 20 del secondo mese dell’anno? Imbecille a doppio manico, perch√© non hai preso un quotidiano all’edicola? Bastava spostare la tua graziosa manina di qualche centimetro e tac! Avresti saputo la data di oggi. Ma niente, tu pur di concentrarti su Gustavo (non ti ho ancora perdonato), ti sei giocato l’opportunit√† di sapere la data.

Ora devo assolutamente mantenere la calma, come quel giorno in cui mi ruppi la caviglia giocando a basket (e questo fu il tragico segnale del “hai una certa et√† e, va bene indossare le Converse, ma guarda che succede a fare il ragazzino del ghetto”) e quando mi ricoverarono in ospedale mi capit√≤ quel tipo di medici che quando ti visitano credono di essere ad¬†una gara di battute con tanto di telecamere nei vostri occhi. Sul referto, c’era evidentemente scritto “trauma accidentale durante attivit√† fisica” ma il suddetto medico si ostinava ad avvicinarsi e a dirmi con alito fetente <Mi dica la verit√†, eh, sa, il trauma, ohh, certo s√¨ il trauma. Quanti ne abbiamo visti di traumi quando la moglie non c’√® ! Nevvero che voi stavate in realt√† con qualche altra signorina e magari nello scappare insieme si √® rotto la caviglia? Eh a me pu√≤ dirlo, sa, al medico e all’avvocato non si nasconde mai nulla!>

Tralasciando l’evidente fatto che io indossavo dei pantaloncini XXL, una canotta dei Lakers dall’improponibile colore giallo ocra e viola, e che dunque mi sembra altamente infattibile cercare compagnia extraconiugale conciati cos√¨, mi chiedo se effettivamente ci si possa rompere una caviglia nel tentativo di allontanarsi con una prostituta. Evidentemente per il medico s√¨; per il medico √® possibile che un uomo scappi correndo con i piedi rivolti in dentro o che un uomo salti dal quarto piano pur di fuggire di casa. La razza umana!

Insomma, non sono riuscito a trovare ancora quella benedettissima data di oggi; quelle carte da riempire sogghignano sulla mia scrivania e magari sono state proprio loro ad imbavagliare e a nascondere il mio calendario. Chiss√† dove l’hanno rinchiuso.

 

Mia moglie ha ordinato per me un TSO di urgenza e ora scrivo questa lunga pagina di diario seduto davanti alla finestra dell’ospedale psichiatrico. Qui si sta che √® una pacchia, i medici mi credono pazzo ma i miei amici, dei conigli che vivono qualche tana pi√Ļ in l√†, mi dicono di non credere a loro e che prima o poi tutto ritorner√† al suo posto e si accorgeranno che in realt√† c’√® stato uno scambio di persone. L’altro giorno √® venuta a farmi visita mia moglie dicendo che ha trovato il mio calendario sotto le carte da dare al commercialista e che su queste mancava ancora la data della firma. Dice di averci pensato lei a inserirla e di aver gi√† provveduto a consegnarle all’ill.mo commercialista.

 

Ospedale S. Gregorio

[Inserisci qui la data]

 

 

Delikatessen

QUANDO MI AVVICINO,
E' TROVARE QUEL RIO 
DI SPERANZA SEPOLTO.
I MIEI OCCHI SONO
CAVERNE IN CERCA DI 
BAGLIORI. DI SINGULTI
DUBBIOSI BISOGNA CHE 
MI ACCONTENTI. MA SE
SOLO TU ACCENDESSI
UN LUME PER ME, IO,
DIVENTEREI TUA
LUCCIOLA SEMPITERNA.





In Russia si dice che quando si sente un cuculo (–ö—É–ļ—É—ą–ļ–į, pron. Kukushka) cantare, si pu√≤ interrogarlo facendogli domande sul tempo. La risposta, ovviamente, si misura nella durata del ¬†verso che emetter√† dopo la nostra domanda; pi√Ļ si protrae, pi√Ļ tempo durer√† ci√≤ che abbiamo appena chiesto al cuculo, o viceversa.

Tutti chiederebbero, (forse) ovviamente, quanto durerà la propria vita, o la propria felicità, il proprio amore.. Io da buon bizzarro quale sono, gli chiederei quanto tempo ho per pensare alla domanda da porgli.

Cuculus canorus

La risposta (ovviamente), soggiace nel presente.


¬†In Cina e in Giappone l’ideogramma per la parola ‘tempo’ (shih, ji o toki) vuol dire anche ‘momento adeguato, opportuno’. I grandi eventi della vita di un uomo hanno. perci√≤, il loro tempo, nessuno escluso e non resta altro che contemplare la fitta e precisa algebra della realt√†. Sar√† pure un luogo comune, ma ora capisco gi√† perch√© i cinesi e i giapponesi sono dei campioni in matematica.
E se noi continuiamo a cantare che ”la matematica non sar√† mai il” [nostro] ”mestiere”, cosa vogliamo farne della nostra fantomatica cultura egemone occidentale?

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Attese 2

Attese 2.

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