LetteraL

Quel rumore che fanno i divani di pelle quando qualcuno si muove

La vita è un morso

C’√® una stanza dal soffitto molto basso; √® un salotto. La moquette √® lisa, e le pareti hanno la stessa tinta perla. Un divano e due poltrone vicino alle finestre. Una pianta verde alta e rigogliosa ha delle foglie larghe e palmate. C’√® molta umidit√† nella stanza e le finestre sono chiuse. Le tende non si muovono e le foglie non danzano. Sul divano di pelle ci sono delle grinze; qualcuno era seduto l√¨ poco fa. ; si torcono le fibre, crepitano, si dilaniano e urlano per un brevissimo istante. Quando c’√® troppo freddo, o troppo caldo, in un ambiente chiuso i mobili in legno emettono dei colpi, degli scricchiolii forti. Di notte i rumori sono amplificati. Fuori si vedono dei volti alle finestre: urlano ma i vetri non lasciano passare suoni. Sono disperati e guardano in alto allungando le braccia. Nel lavandino c’√® una tazza larga di ceramica sotto il rubinetto; il rubinetto gocciola. La tazza non √® ancora piena d’acqua. La lampada era gi√† accesa? Ora sembra ci sia pi√Ļ caldo dentro la stanza. Le tende si muovono impercettibilmente. Un tonfo terribile. Le persone fuori dalla casa urlano e si disperano. Una donna si accascia a terra. C’√® fango e i capelli si impregnano. Il corpo giovane giace in posa. Le braccia torte, lo sterno frantumato. La testa perde sangue. Gli occhi aperti. I vetri non lasciano passare suoni. Quel rumore che fanno i divani di pelle quando qualcuno si muove. La lampada ha una breve intermittenza. Quando le falene percepiscono del calore, vi si avvicinano pericolosamente. C’√® odore di terra fresca, appena smossa. Nello specchio il riflesso di una poltrona e della lampada. C’√® un insetto sullo specchio e sembra si stia muovendo sulla lampada. Non ci sono ombre. La tazza non √® ancora piena di acqua. Un pezzo di terriccio ci √® caduto dentro. Si scioglie lento. Il ronzio del frigorifero. In questa casa c’√® molto legno. Al piano di sopra sta bruciando.¬†Quando le falene percepiscono del calore, vi si avvicinano pericolosamente. Compare un’oca sul tavolo. Bianca e pura non schiamazza. Gira il collo e si alza. Le sue piume servono per i migliori cuscini, per i migliori sogni. Tutte le luci si accendono nella stanza. Raggiungono presto la massima luminosit√†. Dell’oca rimane solo il becco e gli occhi sospesi nell’aria. ¬†Tutto si rende abbagliante. Il ronzio del frigorifero. La perla splende di pi√Ļ. Tutto si spegne di colpo. Secondi e si riaccende la lampada. La tazza √® piena di terra e acqua. La fanghiglia tracima e cade nello scolo. Gorgheggia greve. Un passo entra dalla porta. La moquette si schiaccia. Si consuma e viene sporcata. Terra anche sulla moquette. Il corpo viene adagiato sul divano di pelle. Gocciola sangue dalle mani. Un lato del volto √® completamente deforme. Il fango si incrosta sul divano. La tazza viene presa e sollevata. La fanghiglia viene spalmata sul suo volto. Qualche goccia cade sulla moquette. Nessuno vuole parlare. La sua mano viene risollevata. La poggiano sul suo petto ma scivola. Viene sollevata di nuovo. Scivola e tocca terra penzolando. Sorrisi. Tutti si girano e in silenzio escono dalla stanza urtandosi un poco. Salgono le scale in fila. Scricchiola il legno sotto il peso di una famiglia pi√Ļ piccola. L’ultimo piede sale il gradino che geme pi√Ļ degli altri. ¬†Poi svanisce. In questa casa c’√® molto legno.¬†Quando c’√® troppo freddo, o troppo caldo, in un ambiente chiuso i mobili in legno emettono dei colpi, degli scricchiolii forti.

Spegno la lampada. Mi siedo sulla poltrona per guardarlo. Finch√© non arriva il mattino. Non bisogner√† pi√Ļ accendere la luce. La luce; non bisogner√† pi√Ļ accenderla. Accendo la tv. Di nuovo, alla porta si fa avanti. I suoi capelli ancora bagnati. Perdono fango. Accende la lampada e mi guarda. Chiude un occhio. Ci poggia l’indice sopra e preme un po’. Compaiono lucciole. Io spengo la tv. Bisogna guardarlo. L’oca viene adagiata sul suo petto. Nello specchio il riflesso di una poltrona e della lampada. Ci sono anche io nel riflesso. C’√® l’insetto ancora sullo specchio. Mi abbasso per slacciare una scarpa. La tolgo dal piede. Guardo con pi√Ļ attenzione. C’√® del fango sulla sua punta.¬†C’√® molta umidit√† nella stanza e le finestre sono chiuse.

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polish, lucido

Prontuario energetico

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  • Un corpo, ma pi√Ļ menti
  • La mente/cuore funziona meglio se l’energia viene canalizzata in un’attivit√† alla volta (intellettiva, pratica, spirituale).
  • Ogni uomo ha diritto ¬†ad andarsene e a contraddirsi durante la¬†sua vita
  • La curiosit√† di un bambino nell’equilibrio di un corpo adulto
  • Non accontentarsi della mediocrit√†. La modestia, invece, √® tutt’altra cosa nella vita, anche se condivide con la prima la lettera iniziale
  • Buona musica, sana cucina e vita attiva-sedentaria in giuste dosi sono i toccasana per un’eccellente esistenza quotidiana
  • A tal proposito; la vita √® quotidiana e ogni giorno √® divino nella usa interezza
  • Ognuno ha del divino e ne estende i tratti nella sua realt√†; rispetto e devozione verso di esso e verso la propria intima spiritualit√† sono le basi. Preghiera e costanza significano le eccellenze
  • La natura sar√† dove tutto avr√† una fine e un nuovo inizio
  • Nel valutare e nel prendere decisioni √® bene optare per quella che avr√† meno ripercussioni sulla natura circostante, sull’altro e sulla memoria dei defunti. Di fronte a questo sacrificio √® bene sentirsi orgogliosi intimamente
  • La creativit√† √® nella vita come la glassa sulla torta; non √® necessaria, ma √® ci√≤ che la renderebbe una buona torta
  • Sebbene questo possa farci sentire piccoli, non c’√® nessun pensiero straordinario (extra-ordinario) in noi: tutto √® stato a suo modo gi√† pensato da tanti altri prima di noi e molti torneranno a farlo dopo di noi. Consolatevi con questo precetto (sicuramente anch’esso gi√† pensato) ma sappiate che la risposta a ciascuno di questi gi√†-pensieri √® ci√≤ che ci rende uomini unici nella storia
  • Respirare non ha mai ucciso nessuno; bisogna farlo in maniera corretta e consapevole di ogni atto. Ogni respiro, una preghiera alla vita
  • E’ bene che a questo mondo esistano i 7 vizi capitali, cos√¨ come i 10 comandamenti
  • Spesso una lunga passeggiata equivale ad un viaggio vero e proprio; quando rientri a casa potresti notare delle differenze nei volti dei tuoi cari, nella natura circostante e persino nelle stanze della tua dimora. Sei cambiato anche tu.
  • Una casa senza un caminetto non √® un nido, ma una tana
  • La seriet√† √® una circostanza che abbiamo imparato a ¬†formalizzare; impariamo a capire, per√≤, che per il resto della vita si tratta di un gioco in cui spesso si rischia di apprendere qualcosa da tramandare.
  • L’ironia, sottile o spessa, tagliente o morbida, √® ci√≤ che rende il mondo uno dei posti migliori in cui vivere.

 

 

 

Attese 3 (FINE)

BAGNATI DI BELLEZZA
APERTI NEL PRESENTE
ASCIUGATI DALLE PRESENZE
ESSICCATI NELLA SPERANZA
CHIUSI NELL’ATTESA DI NUOVA LUCE
E ANCORA; BAGNATI DI BELLEZZA¬†[…

 

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Quarto racconto ordinario

Quarto racconto ordinario.

Che giorno è ?

Quarto racconto ordinario

honda_civic_2430769_orig<Cara, quanti ne abbiamo oggi? >

Fu cos√¨ che tutto ebbe inizio, un giorno- e non so ancora quale. Avrei dovuto firmare, quel giorno, un documento per il nostro commercialista, una sciocchezza di quelle che si compilano una volta ogni tre anni ma di cui, puntualmente, te ne dimentichi l’esatta procedura. Sebbene questa fantomatica procedura sia stata collaudata in casa mia da sei anni ormai, sono convinto che nella nostra testa ci sia un punto preciso, nel cervello insomma, che sistematicamente “salti”, vada in corto circuito, e perci√≤ ci si dimentica come compilare quel maledetto documento. Dovrebbero chiamarla “area della ragioner√¨a” e magari i medici, quei bontemponi, si divertiranno a chiamarla “area senza speranza”. I medici sanno sempre come ironizzare sulle malattie degli altri, questa √® la loro malattia.

Ebbene, eccomi qui, dopo aver temuto di darmi per vinto di fronte a mia moglie (no, mai!), finalmente mi ritrovo vittorioso di fronte a quel cumulo di carte selvagge. Ecco che alzo solenne la graffetta di metallo e, con un gesto sciolto, riesco a domarle per sempre; ora non potranno pi√Ļ fare del male a nessuno. Un piccolissimo dettaglio che deve essermi sfuggito nella foga della vittoria: la data di oggi. Poco male, roba che si risolve dando un’occhiata al calendario che – non riesco a trovare. Era proprio qui, l’altro giorno e ora dov’√® finito? Forse ¬†deve averlo spostato mia moglie quando ha pulito sulla mia scrivania: nulla di grave. Vorr√† dire che¬†la prossima volta che usciremo insieme a cena le nasconder√≤ lo struccante. Ti amo amore, tanto.

Forse faccio prima a chiederlo a lei che data abbiamo oggi, e così: <Cara, quanti ne abbiamo oggi?>

Lei dalla cucina risponde tutta cerimoniosa <Che simpaticone che sei oggi! Dillo che lo fai di proposito a fingere di non sapere la data di oggi..>

Bene, benissimo; questo √® uno di quei momenti in cui un uomo deve sentirsi tremare i polsi. E non so come, ma immagino di fingere di uscire dalla discussione e di casa e di partire sgommando con la macchina per scappare lontano da casa, come nel cartone animato. Valuto la possibilit√† ma almeno tre fatti concorrono a farmi desistere dal simpatico proposito: 1) Abito al quarto piano e a meno che io non voglia testare la resistenza delle mie costole proprio oggi, dubito di poter scendere le scale cinque gradini alla volta 2)possiedo una Honda Civic del 1996 e il rombo di motore lo posso sentire al massimo all’autoradio, 3)pure se volessi scappare lontano devo affrontare il semaforo a poca distanza dalla porta del mio garage: partire in quarta per fermarsi dopo 30 metri sarebbe s√¨ comico, ma anche piuttosto inutile.

Facciamo allora che me la cavo con un: <Ah! Mi hai beccato, non riesco mai a fregarti..!> e ci provo con un bel sorriso ghiacciato per recitare bene la parte. Ora, assodato che non possa chiedere la data di oggi a mia moglie (e non so ancora perch√©, ma il fatto che io sia vivo non dovrebbe farvi preoccupare troppo), devo trovare qualcuno o qualcosa che possa rivelarmelo. Ok, ho una Honda Civic del ’96, ma questo non mi impedisce di possedere mezzi di comunicazione abbastanza aggiornati da darmi la data e l’ora esatta. Ci provo con la televisione, impareggiabile compagna di nullafacenza; premo il pulsante e attendo che si accenda. Intanto mi lancio alla ricerca del telecomando e penso a tutti i caduti in guerra che si sono dovuti arrendere al Grande Nemico (il divano) e sono stati costretti ad alzarsi per cambiare canale o, semplicemente alzare il volume (quest’ultima azione rientra tra le pi√Ļ atroci e disumane che possano accadere tra le mura domestiche, altro che gli spigoli dei mobili e le fronti dei bambini). Alzo gli occhi al cielo e dedico a loro l’inizio della mia -breve- giornata televisiva; fermi tutti, nessuno si muova. Il telecomando non funziona. Ricorda cosa diceva tuo nonno in questi momenti (in realt√† mio nonno, buon anima, non aveva la televisione nel ’20, come del resto l’intera popolazione mondiale): “Prova a spegnere e riaccendere”. S√¨, grazie nonno, ora sono sicuro che torner√† a funzionare.

E invece la televisione rimane piantata sul segnale orario del quinto canale. D√†i, forse dopo l’ora danno anche la data, no? Poi ci rifletto e la sintassi mi inchioda all’angolo: segnale orario. “Segnale orario” echeggia nella mia mente, rimbalza tra le pareti di casa, la leggo ovunque, sento mia moglie che mi dice <Caro, mi porteresti il segnale orario?>. Non pu√≤ essere, porco mondo, non pu√≤ essere possibile che quello sia solo un segnale orario.

Prima che mi prenda un attacco di panico e che sia costretto a rannicchiarmi in posizione fetale premendomi i palmi sugli occhi, mi dirigo in cucina alla ricerca della radio. Caro Guglielmo Marconi (ma anche tu, Nicola Tesla, resta qui, che riguarda anche te), oggi diventeremo ancora pi√Ļ amici; infatti tra poco accender√≤ il tuo prezioso strumento e da questo, con melliflue parole, verr√≤ a sapere che la data di oggi √®:

La radio non prende, non c’√® segnale, solo un fruscio. Il mio cuore rallenta, le pupille si stringono (non chiedetemi come faccia a saperlo, ma di solito √® cos√¨ che si dice quando sta per accadere qualcosa o √® accaduto qualcosa), la mia anima diventa un pozzo vuoto in cui cade una radiolina e i colpi che questa d√† contro le pareti riecheggiano ancora nelle mie orecchie. Se fossi stato in un film probabilmente ci sarebbe stato un fermo immagine sul mio volto e, pian piano,sarebbero comparse delle crepe lungo tutta la faccia¬†e la mia immagine che esplode e si sgretola in piccoli pezzi. O anche una ripresa dal basso che inquadra i miei piedi e le mie mani, le quali lasciano cadere senza forza la radiolina che impatta a terra spaccandosi in due; tutto meticolosamente a rallentatore, fino all’ultimo colpo sul pavimento. Poi un altro fermo immagine su di me (oggi devo essere molto fotogenico), una lacrima delicata che stilla dal mio occhio destro e poi un nero di chiusura.

Fantastico, applausi, qualche critica velata perch√© si √® giocato un po’ sul patetismo emotivo (e voi che vi ostinate a ripetere queste sequenze da vent’anni ormai non lo siete? Tutti coccodrilli quando si tratta del film di qualcun altro). Ma qui la realt√† √® un’altra: se la radio non √® funzionante, neanche quella della mia Honda Civic – che, beninteso, √® un po’ retr√≤, ma ha l’autoradio e anche l’accendisigari nel caso volessi far diventare tabagista il mio figliolo, o se un giorno dovessi riscoprire la mia vena piromane davanti qualche piazzetta di sosta nei pressi di Ciampino- lo sar√†.

Stiamo calmi, ragioniamo: devo solo trovare quella maledetta data da inserire in quegli stramaledettissimi fogli e poi li potr√≤ sventolare sul muso di quel luridissimo commercialista¬†che mi chiedo, perch√© ¬†dobbiamo avere un commercialista¬†se mia moglie √® laureata in economia aziendale? Chi diavolo me lo ha detto di noleggiarne uno a pagamento (caro) perch√© a fine mese mi salti fuori sul pianerottolo, come se fino ad all’ora fosse stata¬†una ¬†tra le tante pulci che vivono nel nostro zerbino? Forse mi sto agitando troppo; pensa a cosa farebbe il Dalai Lama se fosse qui in questa stanza e se dovesse trovare anche lui la data di oggi, nella sua sacrosantissima aura Zen. Magari verrebbe insieme ad una task force di monaci per instaurare il clima di pace necessario perch√© io possa trovare la divina data di oggi. (Intanto indosso gli occhiali che mi danno l’aria di una persona concentrata nella sua ricerca).

Ok, niente che possa darmi un’informazione valida sulla data di oggi, la tv resta accesa sul quinto canale, la radio continua col suo fruscio, il calendario smarrito urla da qualche parte il mio nome, ma √® troppo lontano e io non posso sentirlo. Niente, sig. Dalai Lama, qui non c’√® pi√Ļ niente da fare, √® troppo tardi, la guido fino al portone, l’ascensore √® rotto, ma alla fine sono cinque rampe di scale. Allora a risentirci Dalai, tanti saluti, un abbraccio alla signora e un bacio ai pupi. (Credo di aver appena fatto una gaffe mastodontica).

Lascio passare un po’ di tempo, ma tutto in questa casa sembra volersi rovesciare sopra di me. Senza troppi discorsi, infilo il mio spolverino e scendo gi√Ļ in strada cercando di dissimulare un atteggiamento tranquillo. Ma mi conosco abbastanza da vedermi all’esterno: sguardo fisso, mani strette a pugno nelle tasche larghe del trench, schiena iperrigida, passo lunghissimo, capelli tirati indietro dalla brillantina. Sembro proprio uno di quei maniaci o di quegli efferati criminali che ci tengono ad apparire curati in pubblico e che, magari, la sera, dopo il solito giro di omicidi, si spalmano anche la lozione dopobarba per non avere irritazioni sulla pelle, perch√© senn√≤ sai che fastidio!

Attraverso a passo di Panzer tedesco durante l’operazione Barbarossa il sottopassaggio che sbuca proprio di fronte al mio giornalaio di fiducia; oggi pi√Ļ che mai, amico mio, mi sarai di fiducia se mi rivelerai la data. Impietrito e impettito mi metto in coda; decido di prendere una rivista per non fare la figura meschina e per mantenere salda la fiducia cliente-gestore. Senza badarci troppo afferro il primo giornale che la mia mano destra riesce ad afferrare, sempre guardando fisso davanti a me e con un impercettibile lavor√¨o della mascella che gonfia e sgonfia il mio collo. Ora cerchiamo di immaginare questa mia figura in una fila, tra un’anziana signora con una montatura in amianto rinforzato e catenina al collo proto-hip hop (in realt√† √® un sobrio crocifisso da 700 grammi) e un distinto capo d’ufficio che ha deciso di farsi un bagno con tutti i vestiti nella colonia; io con la mia rivista, il signore davanti a me con la copia del quotidiano e dentro un bel Diabolik nascosto (dico “bel” perch√© anch’io lo leggo ancora) e la signora con il suo Punto Croce mensile.

Ecco il mio turno; saluto con un sorriso maniacale e con le mani sudaticce porgo la banconota stropicciata nelle mani dell’edicolante. Tenendo fisso lo sguardo su di lui (occhio che oggi mordo), attacco: <Senti, Gustavo, sai per caso che giorno √® oggi?>. Bene, il grosso √® fatto, ho sganciato la bomba, sorrido (sempre da maniaco). E in un lampo lui ribatte: <S√¨, un momento solo..>. ¬†Tutto il tempo che vuoi, prendi tutto il fottuto tempo che ti serve, anche fosse un’eternit√†, ma io rimango qui, col collo spinto in avanti e questo sorriso inebetito a guardarti, a fissare le tue labbra mentre tu mi rivelerai il segreto della data odierna.

Ma tu, oh tu, Gustavo, prendi in mano il tuo telefono cellulare e incassi sotto il mio sguardo i soldi della rivista e senza guardarmi mi lasci nella mano “a coppetta” il resto, tu oggi sei diventato un estraneo nella mia vita. Mi saluti con un cenno e mi dici che sei impegnato a parlare con tua moglie (ma chi, quella coi baffetti che sembra Bismarck?) e dai tuoi occhi capisco che la stilettata alle spalle √® imminente. Oh Gustavo, io ti ho voluto sinceramente bene. Possa tu redimerti per questo simile peccato.

Scappo via velocemente dall’edicola in preda al furore; i miei occhi iniziano a strizzarsi involontariamente. Tutti i tic stanno per saltare fuori e tra poco cadr√≤ a terra come un orologio scordato. Cerchiamo di concentrarci su qualcosa di vicino, √® cos√¨ che si fa quando si √® nel panico: distogliamo l’attenzione da questo incubo. Inspira, espira, inspira, espira.. sequenze da sette per almeno otto volte.

La rivista! La rivista senz’altro conterr√† la data di oggi e io sar√≤ finalmente capace di impugnare la penna e di scrivere la santissima data di oggi. La tiro fuori nervosamente, spiegazzandola leggermente, ma del resto non mi importa molto, si tratta di Novella 2000, mica di un Adelphi appena comprato.

[Eco fuori campo]

Novella 2000..

Novella 2000..

Novella 2000 √® un settimanale razza di idiota epocale! Cosa ti aspetti che ci sia scritto: oggi √® la settimana tra il 12 e il 20 del secondo mese dell’anno? Imbecille a doppio manico, perch√© non hai preso un quotidiano all’edicola? Bastava spostare la tua graziosa manina di qualche centimetro e tac! Avresti saputo la data di oggi. Ma niente, tu pur di concentrarti su Gustavo (non ti ho ancora perdonato), ti sei giocato l’opportunit√† di sapere la data.

Ora devo assolutamente mantenere la calma, come quel giorno in cui mi ruppi la caviglia giocando a basket (e questo fu il tragico segnale del “hai una certa et√† e, va bene indossare le Converse, ma guarda che succede a fare il ragazzino del ghetto”) e quando mi ricoverarono in ospedale mi capit√≤ quel tipo di medici che quando ti visitano credono di essere ad¬†una gara di battute con tanto di telecamere nei vostri occhi. Sul referto, c’era evidentemente scritto “trauma accidentale durante attivit√† fisica” ma il suddetto medico si ostinava ad avvicinarsi e a dirmi con alito fetente <Mi dica la verit√†, eh, sa, il trauma, ohh, certo s√¨ il trauma. Quanti ne abbiamo visti di traumi quando la moglie non c’√® ! Nevvero che voi stavate in realt√† con qualche altra signorina e magari nello scappare insieme si √® rotto la caviglia? Eh a me pu√≤ dirlo, sa, al medico e all’avvocato non si nasconde mai nulla!>

Tralasciando l’evidente fatto che io indossavo dei pantaloncini XXL, una canotta dei Lakers dall’improponibile colore giallo ocra e viola, e che dunque mi sembra altamente infattibile cercare compagnia extraconiugale conciati cos√¨, mi chiedo se effettivamente ci si possa rompere una caviglia nel tentativo di allontanarsi con una prostituta. Evidentemente per il medico s√¨; per il medico √® possibile che un uomo scappi correndo con i piedi rivolti in dentro o che un uomo salti dal quarto piano pur di fuggire di casa. La razza umana!

Insomma, non sono riuscito a trovare ancora quella benedettissima data di oggi; quelle carte da riempire sogghignano sulla mia scrivania e magari sono state proprio loro ad imbavagliare e a nascondere il mio calendario. Chiss√† dove l’hanno rinchiuso.

 

Mia moglie ha ordinato per me un TSO di urgenza e ora scrivo questa lunga pagina di diario seduto davanti alla finestra dell’ospedale psichiatrico. Qui si sta che √® una pacchia, i medici mi credono pazzo ma i miei amici, dei conigli che vivono qualche tana pi√Ļ in l√†, mi dicono di non credere a loro e che prima o poi tutto ritorner√† al suo posto e si accorgeranno che in realt√† c’√® stato uno scambio di persone. L’altro giorno √® venuta a farmi visita mia moglie dicendo che ha trovato il mio calendario sotto le carte da dare al commercialista e che su queste mancava ancora la data della firma. Dice di averci pensato lei a inserirla e di aver gi√† provveduto a consegnarle all’ill.mo commercialista.

 

Ospedale S. Gregorio

[Inserisci qui la data]

 

 

Delikatessen

QUANDO MI AVVICINO,
E' TROVARE QUEL RIO 
DI SPERANZA SEPOLTO.
I MIEI OCCHI SONO
CAVERNE IN CERCA DI 
BAGLIORI. DI SINGULTI
DUBBIOSI BISOGNA CHE 
MI ACCONTENTI. MA SE
SOLO TU ACCENDESSI
UN LUME PER ME, IO,
DIVENTEREI TUA
LUCCIOLA SEMPITERNA.





In Russia si dice che quando si sente un cuculo (–ö—É–ļ—É—ą–ļ–į, pron. Kukushka) cantare, si pu√≤ interrogarlo facendogli domande sul tempo. La risposta, ovviamente, si misura nella durata del ¬†verso che emetter√† dopo la nostra domanda; pi√Ļ si protrae, pi√Ļ tempo durer√† ci√≤ che abbiamo appena chiesto al cuculo, o viceversa.

Tutti chiederebbero, (forse) ovviamente, quanto durerà la propria vita, o la propria felicità, il proprio amore.. Io da buon bizzarro quale sono, gli chiederei quanto tempo ho per pensare alla domanda da porgli.

Cuculus canorus

La risposta (ovviamente), soggiace nel presente.


¬†In Cina e in Giappone l’ideogramma per la parola ‘tempo’ (shih, ji o toki) vuol dire anche ‘momento adeguato, opportuno’. I grandi eventi della vita di un uomo hanno. perci√≤, il loro tempo, nessuno escluso e non resta altro che contemplare la fitta e precisa algebra della realt√†. Sar√† pure un luogo comune, ma ora capisco gi√† perch√© i cinesi e i giapponesi sono dei campioni in matematica.
E se noi continuiamo a cantare che ”la matematica non sar√† mai il” [nostro] ”mestiere”, cosa vogliamo farne della nostra fantomatica cultura egemone occidentale?

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Attese 2

Attese 2.

beacon don’t fly

Attese 2

beacon

HO ATTESO CHE L'ACQUA
TORNASSE AI SUOI
ANCILLARI OSTELLI.
DUE VOLTE; RISACCA
DI SCHIUME O DISII.
E IO ASPETTO QUI.

In una¬†parte del mondo esiste una citt√† molto speciale¬†nella quale si pu√≤ accedere solo due volte l’anno attraverso un piccolo, sottile e frastagliato lembo roccioso. Camminare su questa costola di rocce √® sufficientemente rischioso da provocare ferite, a causa degli aguzzi ciottoli e piccoli crostacei intrappolati nelle porosit√†. Le alghe, da chiss√† quanto tempo, sono intrecciate ai frastagliati scogli che segnano il cammino e ondeggiano mollemente quando vengono bagnate. Un consiglio: camminate scalzi, e non per poesia dei gesti o per sottrarsi ad tipo di vestiario che ci accompagna da tanto tempo. Fatelo perch√© √® questa la nostra condizione primigenia, nonch√© quella pi√Ļ vicina al nostro istinto: poggiate sui vostri piedi.

Leggetene tutte le metafore e le allusioni che volete, perch√©, in questo caso, funzionano tutte. ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† Solo dopo aver percorso questo stretto passaggio, avrete la possibilit√† di vedere da vicino dove siete approdati; su quell’isolotto che avete spesso guardato e sognato dalle sponde ¬†delle coste che l’accerchiano da interminabili millenni. Non cercate tutte le risposte subito; lasciate che gli occhi scorrano sui resti ruvidi di quel vecchio monastero che si erge sul suolo dell’isola e svetta ancora sul punto pi√Ļ alto del terreno, resti indomiti tra un branco di fossili di arenaria. Qualche pr√≤tome leonina agli angoli √® stata levigata con paziente minuzia dai venti.

Listelli di quello che un tempo svolgevano la funzione di colonnato, ora sono diventate enigmatiche esclamazioni infossate nel suolo; pensate a voi stessi e alla incommensurabile occasione che avete c√≤lto dopo l’attesa sulle coste. E’ possibile che voi ora proviate quello che gli specialisti definiscono sensazione p√†nica: tutto quello che vedete √® in voi, voi siete quello che state vedendo. Siete, ora, dei fari di mare: vedete e siete visti, e non badate al raggio limitato dei vostri sensi. Si fa fatica a respirare dopo un simile risultato raggiunto; in certi momenti il petto sembra non averne abbastanza di quell’aria.

I piedi, malconci, hanno bisogno di ristoro e cos√¨ ci pensano i soffici e umidi ciuffi di erba che affollano l’isola e hanno profanato anche il calpest√¨o di quel monastero un tempo lontano.Un verde profondo, quello che ricopre l’isola e le dona un senso di equilibrio e armonia con l’ambiente circostante; ti ricordi che il verde √® il colore legato all’equilibrio, appunto, perch√© combina la quiete soporifera del blu all’energia radiosa del giallo. ¬†I vostri piedi, tuttavia, non vogliono ancora offrirsi alla scoperta delle antiche rovine e, intanto, continuate a guardarlo, quel monastero, chiedendovi come sia possibile che alcune parti di esso siano ancora in piedi e svettano fiere; dove sono finite le preghiere che un tempo vi si recitavano se nella v√≤lta si aprono degli squarci?

Intorno, qualche traccia di un vostro predecessore: una maledizione, l’anatema che grava su di voi adesso che vi siete accorti che qualcuno √® passato di l√¨ prima di voi, e allora sperate di poter rimanere pi√Ļ a lungo sull’isola di cui siete unici cittadini.¬†Osservi come intorno a quest’isola si siano creati dei limiti umani profondi; sembrava pi√Ļ facile, guardandola dalla riva, accedervi. E che dire del nervoso desiderio di riuscire ad imprimere i propri passi sul terreno di quest’isola! ¬†E del¬†tempo che hai trascorso, inconsapevole, ad aspettare questo momento! Ora esso si riduce ad una briciola da dare in pasto ai gabbiani.

E’ tornato il momento di riprendere ad esplorare l’isola e suggerisco, allora, di richiamare alla memoria quella triste storiella senza lieto fine, che da piccoli eravamo soliti ascoltare dai pi√Ļ grandi dopo cena.

Nel racconto si dice che una dolce fanciulla, orfana e accolta dai monaci in¬†quel monastero, stesse aspettando con struggimento il giorno in cui l’avrebbero portata via dalle mura dell’edificio e, poi, dall’isola che era diventata un luogo di sofferenza per l’inquietante senso di solitudine che le infondeva in cuore. ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬†L’uomo incaricato di salvarla, che nei racconti non aveva mai un nome proprio e spesso lo si appellava principe o eroe, aspettava anche lui il momento adatto per approdare sulle sponde dell’isola; due volte l’anno, per√≤, capitava che egli si distraesse, rapito, talvolta dall’orizzonte con tutte le sue stelle, talvolta dalla straordinaria risacca del mare. Fu cos√¨ che sia la principessa, sia l’eroe, rimasero ad aspettare, l’uno senza sapere dell’esistenza dell’altro. Dicono che poi i due si siano pietrificati e siano diventati, lei, parte del monastero e lui un sasso nella scogliera; cos√¨ da piccoli ci avventuravamo alla ricerca della pietra dello sfortunato eroe tra le rocce della costa, ma, con uguale frustrazione, tornavamo a casa delusi dal fallimento. Andateglielo a voi a spiegare che quelli erano gli unici momenti in cui avrebbe dovuto, invece, guardare l’isola e scoprire che davanti a lui si allungava, per poco tempo, quel percorso frammezzato di rocce aguzze. Ditelo alla principessa che c’era qualcuno disposto a farsi carico della sua intera salvezza; sarebbe potuto nascerne un amore epico, se solo l’avessero saputo in tempo.¬†Non ne rimane che un altro supplizio di Tantalo nella Storia.

Ora che il tuo rito di iniziazione √® stato compiuto, ora che sulla tua pelle sono stati incisi i segni dei pericoli che hai attraversato, ora che √® finalmente caduto l’ultimo velo che ti separava dalla morale di quella vecchia storiella che ti raccontavano gli adulti, ora, puoi dedicarti alla sincera scoperta dell’isola.


In Inghilterra del Nord esiste un'isola tidale chiamata Lindisfarne; 
per due volte al giorno essa diventa praticabile e accessibile a piedi, 
attraverso un sottile lembo roccioso che la connette alla costa e che 
per il resto del giorno rimane sommerso dalle acque.

Sono un cantastorie, non chiedetemi di pi√Ļ: prendete le vostre misure, elogiate gli effetti della luna sulle masse d’acqua e sulle sorti dell’uomo; esse, le maree, dischiudono nuove occasioni che finora sostavano sulle soglie dei desideri. Credeteci al fatto che l’uomo ha tempo e che gli √® concesso di agire in esso.

Larga la foglia, stretta la via, contate la vostra che ho detto la mia.

Una spes, duo dies



          Metro: settenari

Attesa 1

Attesa 1.

REST

Attesa 1

Parrot Jungle, Miami (16)Sono passati dodici giorni e quattro mesi da¬†quando ho deciso di chiudermi in questo fienile ad aspettare; intanto dimagrisco a vista d’occhio perch√© il mangiare √® quello che √®, un po’ di frutti, tanta verdura e qualche volta (e c’√® da far festa) un piccolo tozzo di pane che mi regala una gentilissima famiglia che vive a qualche miglia da qui. Di acqua corrente neanche a parlarne e i miei vestiti li lavo nella cisterna che si riempie solo quando piove e io sono costretto a lavarmi con l’acqua che rimane dalla risciacquatura. I miei capelli sono tutti incrostati, stopposi e la mia barba ormai si √® arrampicata ovunque; sembro una pianta che vuole crescere solitaria. Eppure continuo ad aspettare.

Ho allontanato tutti; i miei genitori, mio fratello che continua a non spiegarsi le ragioni del mio gesto, i miei amici a cui ho chiesto esplicitamente di venirmi a trovare solo una volta al mese e con un po’ di alcool, per rimanere con me al massimo due ore di pomeriggio. Ovvio dire che mi √® costato tanto isolarmi a tal punto e cos√¨ rigidamente; per l’esattezza ho pagato sette notti di pianto e di insonnia, due tentativi di fuga (prima e dopo le rispettive notti di cui sopra), un tentativo di ritornare per vedere solo i miei amici e mio fratello e mezza idea di farla finita cos√¨. Quando uno aspetta, la cosa pi√Ļ interessante da fare √® contare tutto, dalle occorrenze di certi pensieri, ai denti in bocca, dai rami del pioppo di fronte la porta del fienile, alla stima di quanto fieno c’√® in questa rimessa (ed √® relativamente poco, tant’√® che i miei genitori stanno pensando di rivenderlo). Chi aspetta sono io e per volont√† mia; strano caso eh? Di solito si aspetta per cause esterne: persone, eventi, frasi, fenomeni, io invece ho deciso di aspettare.

Mi si chiami pure pazzo, mi si pensi come un ostinato testardo delle cause perse; io voglio stare ancora qui, in cima a questa collinetta sperduta in un’altrettanto solitaria landa americana (che per l’esattezza si estende a nord per sette miglia e mezzo fino al confine canadese).

Gli unici testimoni passivi della mia impresa emotiva sono questa vecchia tastiera Roland (con il suo amplificatore incorporato) del 1988, questo registratore a nastro (comodo se fossi vissuto vent’anni fa) e la mia mente, che conduce questo monologo. Sono giorni che mi scervello a comporre un brano, ma i risultati sono scadenti; vorrei tanto scrivere di quello che la mia mente pensa di te, ma sono incastrato ancora in questo collo di bottiglia dei troppi pensieri; troppe anche le parole. Le tue invece sono sempre state disarmanti per me, guerriero dall’armatura di terra: mi mandano al tappeto ogni volta, anche quando le ricordo perch√© sono semplici ma aguzze e, come la crosta con la mollica del pane, danno sapore agli altri miei pensieri.

L’altra notte mi sono addormentato poco dopo il tramonto perch√© di giorno ero andato a tagliare un po’ di legna per la sera e quindi ero molto stanco; non ho pi√Ļ un orologio e quello che porto al polso si √® fermato almeno cinque giorni fa, ma credo di aver sognato, poco dopo aver preso sonno, un paesaggio spoglio e al tramonto, quasi come questa landa. C’era la tua voce che ripeteva in tono lento ¬†e io, seguendo le tue parole, ne ho poggiato uno a terra, scavando un piccolo solco di qualche centimetro; poi la mia mano √® stata afferrata e ho fatto qualche passo indietro (eri tu?) ma non mi sono girato a vedere chi fosse stato. Continuavo a fissare il prodigio che, invece, stava accadendo davanti ai miei occhi: in quel preciso punto in cui avevo seminato un mio dente, prima una duna, poi una collina, infine √® nata una vera e propria montagna azzurra di tramonto, ma su cui si fece immediatamente giorno: ed era, penso, mezzogiorno quando mi svegliai.

Era un’allucinazione? un vero sogno? un sogno allucinato? E’ colpa di questa attesa che mi sta logorando come se mi trovassi in una tortura cinese? Ho cercato di scrivere subito quello che la mia mente mi aveva regalato, cercando di imprimerle anche una melodia, ma i miei sforzi¬†sono stati subito raffreddati dal sudore che continuava a scendermi dalla fronte e dall’assenza di ispirazioni valide.

E intanto cambia la mia percezione del tempo e dello spazio; il mese √® per me lungo e simbolico quanto un anno, con i suoi inizi pieni di buoni propositi. I miei amici continuano a dirmi che sono diventato un po’ ingenuo perch√© quando li rivedo, una volta al mese non faccio altro che notare i loro cambiamenti; dai capelli alla barba, dal carattere all’umore, cose che, a loro detta, non hanno mai notato neanche le loro ragazze (risapute geologhe del minimo cambiamento antropologico). L’ultima volta, uno di loro, mi disse scherzando, che se aspetto che l’amore venga a prendermi in questo fienile, farei meglio a sposarmi subito con una mucca. Risi sul momento, ma la mia mente non tard√≤ a ricordarmi quando tu canticchiavi distrattamente ¬†; e ti sento aleggiare nell’aria. ¬†Io rido, eccome se rido!, ma la mia ragazza, quella non ce l’ho qui e ora; quella che sarebbe disposta a vedermi cambiare sotto il segno del tempo e dell’attesa.

Lo spazio lo inizio a misurare con i miei arti, con i piedi e con le braccia e poi con le iarde; tutto ha preso una nuova misura e forse √® l’unica che conoscevano i miei antenati e gli antenati degli antenati; la misura dell’uomo. E anche la lontananza ha preso un altro valore; √® una lontananza fatta pensata e pensante, una condizione che si cuoce a fuoco lento e che non cessa un momento di stuzzicare e marchiarti a caldo con i pensieri. Infierisce fino a farti prendere coscienza dei tuoi limiti. Altro che tortura.

E ieri sulle pareti di questo fienile, intorno alle due dopo pranzo, sulla parete sinistra per la precisione, quella vicino alla finestrella, ho segnato con una rozza matita da muratore la frase 

e ho provato a leggerlo ad alta voce, imitando le tue parole e quel tuo tono di voce sabbioso, materico.

E i movimenti tutti, anche quelli della mia bocca quando mastico o parlo nel sonno, sono dei piccoli metronomi che tengono il ritmo della mia esistenza, come la mia ombra: tutto √® attesa, centellinata nei gesti, nelle ore di sonno e di attivit√†, ore risparmiate per recuperare del sonno dopo una giornata di ricerca di cibo destinato ad esaurirsi in una sola sera, ore bruciate per sciacquare i calzini e l’intimo nell’acqua gelida della bacinella. Lente clessidre si aggirano intorno a me e io stesso divento una clessidra fatta di granelli grossi, sbozzati male, che faticano a scendere; sono questi i miei pensieri per te che ora, sicuramente, starai dormendo.

Proprio questa notte ho dovuto sognarti e, questa volta, avevi un tono di verso, anzi una voce quasi irriconoscibile; eravamo seduti sul letto, ma alla nostra stanza mancava una parete, quella di fronte ai piedi del letto. Io col solito vizio di sedermi in punta, tu seduta con le gambe tirate su, incrociate e con le piante dei piedi che poggiavano sul lenzuolo. Io vestivo abiti invernali e il mio solito zuccotto nero che vorresti veder bruciare perché è liso, tu invece una portavi una succinta vestaglia estiva a bordi ricamati. Mi dicevi guardandomi 

Non poteva essere un tuo pensiero, perch√© queste esatte parole le avevo scritte ieri sera proprio sul bordo di una pagina, dopo che avevo provato per un paio di volte a lavorare su un giro di note che mi sembrava particolarmente interessante. Io, un po’ offeso perch√© mi avevi letto nel pensiero (o avevi sbirciato tra le mie carte dopo esserti assicurata che stessi dormendo?) continuo a fissare il panorama che stava davanti a me, che √® esattamente lo stesso di quello che posso vedere fuori dal fienile, voltandomi a est. Quanto desidererei ora guardarti! Che stupido sono stato a non averlo fatto nemmeno in sogno, quando le possibilit√† smettono di essere contabili.

Sono le tue ultime parole nel mio ultimo sogno. Oggi mi sono svegliato di buon umore e, dopo aver pranzato con un po’ di verdura (fredda da far male ai denti!) mi sono seduto alla tastiera con ottimi propositi; primo fra tutti quello di comporre la melodia pi√Ļ bella che si possa concepire quando un uomo √® destinato ad attendere. E aspetter√≤ insieme a questa melodia, che sta sgorgando ora dalle mie mani, il giorno in cui te la far√≤ ascoltare.